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Screenshot_2026-05-16_alle_05.10.54.pngC’è qualcosa di profondamente inquietante nel clima che si respira oggi nel dibattito pubblico italiano. Non si può più dissentire, spiegare, contestualizzare. Basta una frase estrapolata, un video tagliato, una parola pronunciata fuori dal recinto del conformismo, e parte immediatamente il processo sommario. 

Senza appello. 

Senza sfumature. 

Senza pensiero. 

Senza confronto.
Il caso del professor Roberto Veraldi è l’ennesima dimostrazione di questa deriva. Una provocazione sociologica pronunciata durante un incontro scolastico diventa, nel giro di poche ore, un marchio infamante: “misogino”.
Quella sua frase: «C’è disoccupazione perché in Italia lavorano anche le donne», ha scatenato un vespaio immenso, arrivato - come sempre in un Paese che sembra non avere problemi reali - alle aule parlamentari e alla scrivania del Ministro. Era una provocazione, quella del docente, ma quand'anche non lo fosse stata, non è il Parlamento che deve occuparsene, non serve scatenare i paladini del politicamente corretto... alle parole devono rispondere parole, bastava confrontarsi e, nel dibattito, contestare e confutare quelle affermazioni. Invece, niente: subito alla gogna, anche se era una chiara provocazione. 
Fine della discussione.
Fine del ragionamento.
Fine persino del diritto di spiegarsi, tanto che il docente è stato costretto a rivolgersi ad un avvocato.
Eppure chiunque abbia frequentato un’università vera, chiunque abbia ascoltato un docente libero, sa perfettamente che la provocazione è spesso uno strumento culturale.
Serve a scuotere, a destabilizzare certezze, a costringere chi ascolta a reagire, a pensare.
Non è un caso che i più grandi intellettuali della storia abbiano provocato.
Pasolini provocava.
Sciascia provocava.
Perfino Socrate provocava. 

Oggi invece viviamo nell’epoca dell’indignazione permanente. Una società isterica, ipersensibile, incapace di distinguere tra un’opinione, una provocazione, una tesi da discutere e un’aggressione reale. Il politicamente corretto si è trasformato in una forma di controllo culturale dove non conta più il contesto, ma solo l’effetto emotivo immediato.
Una dittatura, che punta all’omologazione del non pensiero.

Io non ci sto… se così è: io sto col misogino.

In questo Paese, nel quale l’afasia culturale s’è fatta virus, non è accettabile che un professore universitario finisca alla gogna perché ha osato una provocazione, paradossale, per aprire un dibattito sul mercato del lavoro e sulle trasformazioni sociali. Non interessa cosa volesse dire davvero. Non interessa il ragionamento complessivo. Conta soltanto costruire il mostro del giorno.

La verità è che questa ossessione moralista sta impoverendo il pensiero critico. Anzi: l'ha disintegrato.
Nelle scuole, nelle università, nei giornali, ovunque avanza la paura di dire qualcosa che possa urtare la sensibilità di qualcuno. E quando la paura entra nel dibattito culturale, la libertà esce dalla porta. 

Io difendo il diritto alla provocazione. Io sto col "misogino".

Qualche anno fa, l'Università di Teramo venne chiusa, letteralmente, per impedire che si tenesse la conferenza di un professore francese, negazionista dell'Olocausto. Fu un giorno tristissimo, per la cultura. Per quanto le teorie di quel professore fossero aberranti e inaccettabili, non è con un cancello che si dovevano combattere, ma col confronto.
Alle parole devono rispondere parole. E di nessuna parola si può avere paura, al punto da imporle un veto. 
Difendo il principio più importante: la libertà di discutere senza essere immediatamente criminalizzati. Perché se ogni provocazione diventa scandalo, ogni docente rischia di trasformarsi in un burocrate del pensiero, costretto a parlare soltanto attraverso formule sterilizzate e innocue.
Ed è qui il punto centrale.
Una società democratica non si misura dalla capacità di applaudire le idee condivise, ma dalla capacità di tollerare quelle scomode, urticanti, perfino sbagliate.
Altrimenti non siamo più nel terreno del confronto culturale, ma in quello della censura morale.

Per questo, sì: io sto col “misogino”.

Sto con il diritto di provocare.

Sto con la libertà intellettuale.

Sto contro il tribunale permanente del politicamente corretto.

Perché il giorno in cui avremo paura delle parole sarà il giorno in cui avremo smesso di pensare davvero.



ADAMO