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La morte di Francesco Guccini mi appartiene.
Perché ci sono persone, lontane nei luoghi, che abitano la tua vita molto più delle tante persone incontrate ogni giorno.
Sono state lì mentre crescevi, mentre cambiavi idea, mentre imparavi a perdere, ad amare, a dubitare.
Ti hanno prestato parole quando ancora non sapevi trovarle.
A Guccini devo moltissimo del mio modo di scrivere, moltissimo del mio modo di pensare e quasi tutto del mio modo di leggere la vita. Me ne accorgo adesso, davanti a questo vuoto inatteso. Me ne accorgo pensando a quante volte lo cito senza rendermene conto. Una frase, un'immagine, un modo di guardare il tempo, l'amore, la politica, gli uomini. Guccini è entrato così profondamente nel mio vocabolario interiore che ormai non saprei più distinguere bene dove finisca lui e dove comincino alcune parti di me.

L'ho visto quattro volte in concerto.

Quattro volte ho aspettato quella voce ruvida, quel parlare interminabile tra una canzone e l'altra, quella capacità straordinaria di trasformare un palazzetto o una piazza in una gigantesca osteria nella quale, improvvisamente, sembrava di essere tutti seduti allo stesso tavolo.
Lui raccontava.
Noi ascoltavamo.

E cantavamo.

Ma Guccini non si cantava soltanto. Guccini si pensava.

Ho letto i suoi libri. Ho attraversato le sue storie. E soprattutto ho consumato le sue canzoni fino a farle diventare qualcosa di diverso dalle canzoni: poesie scolpite nella mia anima.
Migliaia, tutte, qualcuna però più di altre.

Cyrano, prima di tutte.
Quell'insofferenza feroce verso i conformismi, i potenti, i benpensanti. Quella voglia di continuare a dire ciò che si pensa anche quando sarebbe molto più comodo tacere. «Venite pure avanti», dice il suo Cyrano. Ed è difficile, per chi scrive per mestiere, non sentire ancora oggi quelle parole come una chiamata alle armi. Non con le spade, ma con le parole.

Poi Quattro stracci. L'amore quando smette di essere fotografia e diventa memoria. Le persone che sono state casa e poi diventano distanza. Il tempo che trasforma persino ciò che credevamo eterno. Guccini sapeva raccontare l'amore senza sporcarlo con la retorica, lasciandogli addosso le rughe, le contraddizioni, perfino la rabbia.

E Gulliver, quel viaggio che è anche uno sguardo sull'umanità, sulle sue miserie e sulle sue grandezze. Perché il Maestrone ha sempre avuto questa capacità: partire da una storia e ritrovarsi, pochi versi dopo, a parlare dell'uomo. Di tutti noi.

E Vedi cara, dizionario dei sentimenti, declinazione sofferta dell’incomunicabilità amorosa… Guccini aveva questo dono quasi crudele: arrivava prima di te nei luoghi più nascosti dell'anima e quando finalmente ci arrivavi anche tu, scoprivi che lui aveva già lasciato lì le parole necessarie

Infine, Culodritto.
Forse una delle sue carezze più belle. Una canzone che parla al futuro sapendo che il futuro, inevitabilmente, appartiene agli altri. A sua figlia Teresa. A mia figlia Giulia. Adoro culodritto, perché c’è quella tenerezza che sapeva ascondere dietro la barba, le battute, il vino, la voce da burbero dell'Appennino.
Perché dietro il cantore anarchico, il polemista, l'uomo capace di prendere a schiaffi le ipocrisie, c'era uno straordinario narratore della fragilità.

Io ho avuto anche un privilegio.

L’ho incontrato.

Ho potuto parlargli.
Ho potuto guardarlo da vicino.
Ho potuto stringergli la mano.

E ricordo quella stretta con la silenziosa devozione che si deve a un mito.
Perché davanti agli uomini che hanno accompagnato una parte enorme della tua esistenza le parole, paradossalmente, diventano inutili. Avrei potuto raccontargli tutto questo. Avrei potuto dirgli quanto avesse inciso sul mio modo di raccontare, quanto mi avesse insegnato a diffidare delle verità troppo semplici, quanto mi avesse aiutato a capire che la vita non procede in linea retta ma per ricordi, errori, stazioni, addii, ritorni.

Non l’ho fatto.

Forse certe cose si riescono a dire soltanto quando è troppo tardi.

Il tempo che passa sopra le città, sopra gli amori, sopra le ideologie, sopra di noi.
Quel tempo bastardo e meraviglioso che ci illudiamo di possedere e che invece ci attraversa.
Nelle sue canzoni c'erano continuamente porte che si chiudevano, amici scomparsi, donne perdute, stagioni finite, osterie, treni, strade, nebbie, montagne. Ma non era nostalgia fine a sé stessa.
Era la consapevolezza che siamo fatti soprattutto di ciò che abbiamo perduto.
Per questo oggi la sua morte mi pesa così tanto.

Perché non è morto soltanto un cantautore.

È morto uno degli uomini che mi hanno insegnato le parole.

Uno di quelli che, senza saperlo, sono stati miei maestri.
Uno di quelli ai quali devi qualcosa senza aver mai potuto saldare il conto.

Mi resteranno quattro concerti.

Mi resteranno i libri.

Mi resterà quella stretta di mano.

Mi resteranno centinaia di versi che continueranno a riaffiorare mentre scrivo, mentre parlo, mentre penso, magari senza che io stesso me ne accorga.

E resteranno quelle canzoni.

Le rimetterò ancora una volta. Come faccio sempre, quando resto solo. E sarà strano sapere che quella voce, ormai, appartiene definitivamente al passato.

Ma poi penserò che non è completamente vero.

Perché esiste una forma misteriosa di immortalità riservata a chi è riuscito a scolpire le proprie parole nelle vite degli altri.

E lì resteranno.

Grazie, Maestrone.

Per le parole che mi hai regalato.

Per quelle che mi hai insegnato a cercare.

E soprattutto per avermi insegnato che, per provare a capire questa assurda, meravigliosa cosa che chiamiamo vita, bisogna continuare a farsi domande.

Anche quando sappiamo che nessuno ci darà mai tutte le risposte.

Ad'A