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783256079_1474515521362257_1233772826313349486_n.jpgMemoria a comando.
Memoria ideologica pret a porter.
Può restare addormentata per anni, coperta dalle frasche, corrosa dalla ruggine e ignorata persino da chi oggi giura di averla sempre considerata un patrimonio intoccabile. Poi basta che qualcuno decida di spostare un pezzo di ferro e improvvisamente la memoria si risveglia, diventa sacra, collettiva, antifascista, operaia, partigiana.
E guai a chi la tocca.
È quello che sta accadendo a Montorio al Vomano, dove per riaccendere una guerra ideologica che sembrava sepolta insieme alla Prima Repubblica è bastata una gigantesca falce e martello di ferro battuto.
Chissà, forse se Giovannino Guareschi fosse nato qualche centinaio di chilometri più a Sud, Don Camillo e Peppone non avrebbero litigato nella Bassa padana ma all'ombra del Gran Sasso. Perché la vicenda montoriese ha ormai tutti gli ingredienti di una storia di Brescello: comunisti veri e presunti, antichi democristiani, famiglie partigiane, rivalità tramandate di generazione in generazione e persino un sindaco berlusconiano della prima ora, Fabio Altitonante, già assessore regionale in Lombardia, finito suo malgrado nella parte di quello che ha fatto risorgere il Pci, semplicemente facendo togliere dal muraglione del Vomano il suo simbolo più famoso.
Il paradosso è proprio questo.
Quella falce e martello era lì da circa settant'anni.
Nel tempo, però, era diventata quasi invisibile.
La vegetazione del lungofiume l'aveva progressivamente inghiottita, il ferro mostrava i segni del tempo e la grande battaglia per salvarla, restaurarla, valorizzarla e trasformarla in testimonianza storica, semplicemente, non c’è mai stata.
Nessuna mobilitazione permanente.
Nessuna processione laica sotto il muraglione. Nessuna raccolta di firme per liberarla dalle frasche. Nessuna proposta per restaurarla. Nessun allarme quotidiano sul destino di quel pezzo di memoria operaia.

Era lì.

Poi è arrivato Altitonante. 
Durante i lavori di messa in sicurezza del lungofiume e di mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico, il Comune ha deciso di rimuoverla. L'ordinanza, naturalmente, non parla di comunismo, antifascismo o revisionismo storico.
Usa il linguaggio molto meno appassionante della burocrazia: manufatto collocato senza titolo, sistemi di ancoraggio artigianali, fenomeni di ossidazione e degrado, impossibilità di escludere un potenziale pericolo di distacco in un'area destinata alla fruizione pubblica. Insomma: per il Comune non è arrivata la cavalleria bianca a cancellare settant'anni di storia. È arrivato un operaio a svitare del ferro arrugginito. 

Ed è proprio allora che è successo il miracolo.

La falce e martello che quasi nessuno vedeva più è diventata visibilissima.
Quella nascosta dalla vegetazione è ricomparsa sulle bacheche social.
Quella corrosa dal tempo è diventata improvvisamente patrimonio storico.
Quella della quale per anni nessuno sembrava preoccuparsi abbastanza da pretenderne manutenzione, restauro e valorizzazione è diventata il simbolo della memoria che il potere vorrebbe cancellare.
Come spesso accade, abbiamo scoperto quanto fosse importante soltanto nel momento in cui qualcuno l'ha tolta. Eppure quella falce e martello una storia vera ce l'ha. E sarebbe sciocco negarlo.
Racconta un pezzo importante della Montorio del dopoguerra: antifascismo, Resistenza, movimento operaio, scioperi, centrali idroelettriche, battaglie sindacali e conquista di diritti.
Una storia che merita di essere conosciuta proprio perché non ha bisogno di essere trasformata in una reliquia per esistere. La realizzarono 78 anni fa il giovane Bruno Di Donatantonio e suo fratello, che portava un nome che oggi sembrerebbe inventato da uno sceneggiatore: Lenin. Non piegarono quel ferro soltanto per costruire un ornamento. Ne fecero un simbolo.
Ogni anno, alla fine di aprile, la grande falce e martello veniva portata sulla sommità del colle più alto del paese. Un militante comunista che lavorava nelle centrali della Società Terni provvedeva a illuminarla con fari potentissimi.
Il Primo Maggio il simbolo rosso dominava Montorio mentre sotto si radunavano lavoratori e militanti, partivano cortei e risuonavano inni sindacali e canzoni della tradizione socialista e comunista.
Poi tutto finiva.
La falce e martello tornava per un altro anno nella sezione del Pci.
Ma il tempo, che è molto più spietato di qualsiasi ordinanza comunale, ha fatto il resto. Sono scomparsi i partiti di allora. Sono evaporate le ideologie. I protagonisti di quella stagione sono invecchiati e i partigiani, quelli veri, non ci sono più. I cortei si sono diradati, gli inni hanno smesso di risuonare, la sezione del Pci ha chiuso. Sul colle è comparsa una grande croce.
E quello stemma, per evitare che andasse perduto, è finito sul muro esterno dell'abitazione di una famiglia di tradizione partigiana, affacciato verso il fiume. 
Poi sono cresciute le piante.
E con le piante è cresciuto anche l'oblio.

Fino all'ordinanza del sindaco 
Altitonante, probabilmente senza volerlo, ha ottenuto un risultato politico che neppure il più ottimista segretario comunista avrebbe immaginato: ha fatto tornare tutti a parlare della falce e martello.
Ha risvegliato appartenenze sopite, riportato alla luce genealogie politiche, fatto riemergere sui social orgogliose tradizioni familiari comuniste e democristiane.
È bastata una chiave inglese per rimettere in moto la macchina del tempo.
Adesso l'Anpi si offre di restaurare il manufatto. Il Pd ne chiede l'affidamento.
C'è chi denuncia la cancellazione della memoria e chi difende la scelta del Comune. Il sindaco assicura che la falce e martello non sarà distrutta ma conservata in un luogo idoneo.

Tutto legittimo.

Resta però una domanda, forse antipatica ma inevitabile: dov'erano tutti prima?

Quando il ferro si ossidava, quando la vegetazione lo copriva, quando quel simbolo scompariva lentamente dalla vista e dalla vita quotidiana del paese, perché la memoria non sembrava avere la stessa urgenza di oggi?

Perché una comunità dovrebbe ricordare la propria storia ogni giorno, non soltanto quando arriva un avversario politico a sfiorarla.

Sul muraglione del Vomano, intanto, è rimasta impressa la sagoma della falce e martello.
Una specie di negativo fotografico: il simbolo non c'è più, ma si vede ancora perfettamente dove stava.

Forse è l'immagine migliore di tutta questa storia.

La falce e martello era diventata invisibile quando c'era.
È diventata impossibile da non vedere dopo che l'hanno tolta.

La piccola Brescello del Vomano ha rianimato i Pepponi, pronti a sfidare il nuovo don Camillo.
Ad'A