×

Avviso

Non ci sono cétégorie

Scordella-con-fascia-705x470.jpeg A bocce ferme, due giorni dopo “il fattaccio”, a Silvi c’è ancora una questione irrisolta.
E non è quello che sarebbe accaduto nella stanza della maggioranza, ma quello che è accaduto subito dopo, nell’aula consiliare.
Pochi minuti dopo lo “scontro, davanti a un Consiglio comunale semivuoto, con gran parte della sua stessa maggioranza assente, il sindaco Andrea Scordella, chiamato a non essere il garante della maggioranza, ma quello dell’istituzione che rappresenta, ha perso la sua grande occasione e ha parlato di un possibile problema legato a un “virus influenzale”.
Ed è proprio questa la questione irrisolta.
Perché il sindaco non era uno spettatore ignaro arrivato in Comune cinque minuti prima.
Lo scontro si era verificato davanti ai suoi occhi, nell’ambito della riunione di maggioranza che precedeva proprio il Consiglio.
Lui sapeva.
Ma ha parlato di “virus influenzale”.
Non serviva una battuta. Non serviva cercare una spiegazione leggera per quelle sedie vuote.
Serviva fermarsi. Serviva dire ai consiglieri e alla città: è accaduto un fatto gravissimo all’interno della maggioranza, non esistono in questo momento le condizioni politiche e istituzionali per continuare normalmente i lavori. E serviva assumere immediatamente una decisione politica.
Scordella, il giorno dopo, ha usato parole molto diverse.
Ha definito l'episodio “vergognoso”, ha espresso solidarietà alla vicesindaca e ha affermato che nessun comportamento lesivo della dignità della persona può essere giustificato. Ha inoltre riconosciuto uno “scollamento” all'interno della giunta e non ha escluso provvedimenti o persino l'azzeramento dell'esecutivo.

Altro che virus.
Tutta un’altra diagnosi.

Ma arrivata dopo.

Ed è proprio quel “dopo” a pesare politicamente.

Perché un sindaco si misura soprattutto nei minuti nei quali deve decidere senza avere il tempo di preparare un comunicato.
Si misura quando deve scegliere se proteggere l'immagine della propria maggioranza o riconoscere davanti alla città che è accaduto qualcosa di incompatibile con la normale dialettica politica.

Quella sera il “virus” non era l'influenza.

Il virus era una maggioranza arrivata a un livello di tensione tale da trasformare una riunione politica in uno scontro fisico. Era una coalizione che, pochi minuti dopo, non si presentava nell'aula consiliare. Era l'impossibilità di continuare a fingere che quella fosse una normale serata amministrativa.

Poi, ieri, ha azzerato la Giunta. 

Va bene, ma non basta.

La politica vive anche di simboli.
E l'immagine di quella sera è un Consiglio comunale mezzo vuoto e un sindaco chiamato a spiegare l'assenza della sua maggioranza, che ironizza su un “virus influenzale”, mentre, dietro quelle sedie deserte, c'era una crisi ben più grave di un malanno stagionale.

L’azzeramento della Giunta, non basta.

Il Sindaco deve azzerare anche sé stesso e restituire la parola ai cittadini.

Si ricandidi, se può e se vuole, ma questa esperienza politica non può e non deve andare avanti.

Perché un assessore che mette le mani al collo di una vicesindaca, non è un virus influenzale.

E non si cura con una battuta, ma con un’urna.

ADAMO