Viaggi Vagabondi

VIAGGI VAGABONDI 8 / DAKAR – ZIGUINCHOR…SENZA FRETTA

di ROBERTO CENTORAME

DAKAR – ZIGUINCHOR: 400 KM 40 ORE

In Africa la fretta è un concetto temporale sconosciuto.

Facendo mia questa dimensione “spirituale” inizio il mio viaggio verso la Guinea Bissau.

Quando metto piede fuori dall’aeroporto di Dakar sono da poco passate le 11 e il sole picchia duro. Sfuggo all’assalto di un centinaio di tassisti abusivi e salgo su uno regolare in direzione porto.

Dopo venti minuti arrivo e vedo attraccata la nave per Ziguinchor, dove spero di imbarcarmi: una speranza con probabilità basse perchè dalle mail scambiate con la società di navigazione risulterebbe tutto pieno, nessun posto disponibile. Ma la speranza è l’ultima a morire.

In effetti la banchina è stracolma di gente in attesa, con un numero impressionante di bagagli ingombranti. Non semplici valigie ma una distesa infinita di pacchi e cartoni. La maggior parte delle persone viene nella capitale, dal sud del Senegal, per comprare tutto ciò che non si trova nei loro villaggi; e lì si trova veramente poco: appena l’indispensabile, e non sempre.

Alla bilgietteria la ragazza mi confema che non c’è nemmeno un posto disponibile e aggiunge “può attendere le 4 e sperare che qualcuno non si presenti…”.

Mentre mi armo di pazienza africana mi si avvicina un signore sulla sessantina che ha ascoltato, col mio francese improvvisato, la conversazione alla biglietteria. Lui parla inglese. Perfetto. Si chiama Jerreh e mi mostra il tesserino da Guida Turistica, con tanto di timbro ministeriale. Mi dice che se voglio avere più probabilità di avere il posto sulla nave lui può aiutarmi perchè: “In Africa non è tanto importante COSA conosci ma CHI conosci”. Tradottto: se pago, lui conosce la persona giusta che può aiutarmi.

Avevo già messo in conto questa probabilità e dopo una breve contrattazione (in questi Paesi è d’obbligo!) mi accordo a 10.000 franchi africani (circa 15 euro) per il “servizio” che, mi dice, servirà per pagare il suo amico che lavora nella società navale. In fondo mi conviene perchè l’alterativa sarebbe raggiungere Ziguinchor l’indomani via terra ed oltre ad essere un viaggio abbastanza complicato dovrei comunque trovare un alloggio per la notte.

Grazie all’interessamento di Jerreh vengo messo in una lista di attesa. Alle 17 un giovane e aitante addetto della società navale entra nella stanza, dove siamo un centinanio con la stessa speranza di imbarcarci, e chiama i nomi in lista: il mio nome c’è ma è in fondo all’elenco e non sono tra i fortunati della prima chiamata. Jerreh va più volte a chiedere novità al giovane e aitante addetto ma dal modo reverenziale e quasi imbarazzato con cui la vecchia guida si accosta a lui, e ancor più dalle espressioni con cui gli risponde il giovane (in maniera piuttosto rude, senza il minimo rispetto quanto meno per l’età) capisco che Jerreh non ha nessun amico nella compagnia navale che possa cambiare le sorti del mio viaggio e quindi i soldi del “servizio” sono per lui ma penso anche che mi dispiace per il modo con cui quel maleducato giovanotto lo sta trattando, che in fondo Jerreh ha gli occhi del brav’uomo e deve pur campare, e poi parla inglese e ciò mi torna utile. Così non gli faccio capire che secondo me il suo intervento non aumenterà le mie probabilità di imbarcarmi, tanto non ho alternative e continuare a sperare non mi costa nulla.

Jerreh mi dice, fiducioso, che bisogna aspettare. In Africa aspettare è l’attività prevalente: si aspetta un bus, la visita di un parente, la buona sorte…in Africa si aspetta.

E così, con calma africana, aspetto.

Alle 18 rientra nuovamente il giovanotto col suo elenco e rifà l’appello. Neppure stavolta viene chiamato il mio nome. La scena si ripete per altre 3 volte, fin quando alle 20 la nave è pronta per salpare. Ormai la sentenza è definitiva: niente imbarco. La delusione del vecchio Jerreh sembra maggiore della mia. In quelle 5 ore non mi ha lasciato un attimo raccontandomi della sua vita, delle sue speranze e del suo vecchio telefonino che dovrebbe cambiare, ma non ha i soldi. A quel punto però io devo risolvere il mio problema: raggiungere Ziguinchor via terra. So già che non sarà semplice ma in fondo cercavo l’avventura e allora: ho voluto la bicicletta, ora devo pedalare.

E che pedalata!

Il Bello, o forse il Brutto, deve ancora venire.

Jerreh mi dice che possiamo trovare un “sette plus” che viaggia di notte.

In Africa è il mezzo di trasporto più usato: sono vecchie macchine con 7 posti che, a prezzo economico, ti accompagnano nelle varie destinazioni. Partono un pò a tutte le ore, o meglio partono non appena raggiungono il minimo di 6 paganti.

Ormai è scesa la notte su Dakar e con un taxi ci addentraimo nelle trafficatissime strade della capitale per andare verso il “garage”: un largo spiazzo fuori città dove centinaia e centinaia di macchine, furgoncini e pseudo-bus sono in attesa di passeggeri. Contrattiamo una vecchia Peugeot che mi porterà fino a Ziguinchor, per 10.000 franchi. Jerreh mi prende da parte e mi dice che col supplemento di 1.300 franchi (2 euro) mi può far avere il posto davanti perchè “amico mio è il più confortevole”. Accetto. I miei compagni di viaggio saranno due ragazze, un giovanotto, due uomini di mezza età ed una signora con due galline. Mi è andata anche bene: su un altra macchina c’era una capretta tra i passeggeri. E non scherzo! In Africa, ma anche in India, è normale. Raggiungeremo Ziguinchor, che si trova nella regione Sud del Casamasse, attraversando la Gambia: un particolare non secondario. La Gambia è una striscia di terra che divide il Senegal e i rapporti tra i due paesi non sono mai stati buoni. Ma a questo proposito ci tengo a fare una breve ma importante precisazione. In verità, sebbene a sparare e morire siano i “neri”, le ragioni di queste guerre dipendono dai “bianchi”. E in questo caso le lotte di potere erano tra i bianchi colonizzatori francesi del Senegal e gli inglesi della Gambia. Ma questa è una storia troppo lunga e sarebbe per me impossibile in poche righe sfidare le infondate “certezze” del Salvini di turno. Ma torniamo al mio viaggio avventura.

Saluto Jerreh e oltre a pagargli l’impeccabile servizio di accompagnamento, tiro fuori dallo zaino uno dei tre cellulari che mi sono stati donati per gli amici della Guinea Bissau e decido di regalarlo a lui, che ne ha uno veramente vecchio e mal ridotto. Nei suoi occhi lucidi appare una commozione che si ripete nel mio sguardo e così con la voce rotta dall’emozione mi manda le sue benedizioni mentre parto verso la Gambia.

Sono da poco passate le 22. Sono stanchissimo e non solo per il viaggio ma anche perchè la notte precedente ho dormito su una poltrona dell’aeroporto di Lisbona. Così, ancor prima che la macchina esca dal traffico di Dakar, io sono già caduto nell’abbraccio di Morfeo.

Durante il viaggio mi è capitato qualche volta di aprire gli occhi e definire “spericolata” la guida dell’autista, su quelle strette e buie strade africane, è un eufemismo. Ogni volta che aprivo gli occhi vedevo la macchina lanciata a gran velocità in sorpassi improbabili, su una strada in cui è frequente trovarsi all’improvviso in mezzo alla corsia carretti con muli o camion fermi per un’avaria, senza nessun segnale visivo.

“Se arrivo sano e salvo a destinazione, mai più un sette plus di notte!”, mi sono detto mentre raccomandavo l’anima al Signore e subito dopo tornavo a dormire, perchè la stanchezza non lasciava spazio alla paura.

Alle tre di notte arriviamo al confine con la Gambia. Fermiamo la macchina: dobbiamo aspettare il mattino che aprano la frontiera. In questo sperduto pezzo d’Africa non siamo soli: ci sono una cinquantna di macchine, camion e bus in attesa. Alle 7 aprono la dogana e disbrigo le formalità per il visto, pagando 5.000 franchi (circa 10 euro).

Non appena alzano le sbarre, i mezzi si lanciano in una corsa forsennata come fossero sul circuito di Indianapolis. In quella folle corsa a tutto gas, la probabilità che le auto si tocchino è tutt’altro che remota. Ora capisco perchè non ho visto una macchina che sia una integra. Tutte portano segni di scontri: parafanghi penzolanti, ammaccatture, vetri spaccati. Solo poco dopo capisco la ragione di quell’assurda corsa e lo scopro nella maniera peggiore. Dopo pochi chilometri dal punto di dogana le macchine sono ferme, in fila, in attesa di imbarcarsi sul battello che attraversa il fiume Gambia.

E arrivare prima fa la differenza.

La nostra macchina si mette in fila e non ho il tempo di aprire la portiera quando un capannello di persone in mezzo alla strada inizia a urlare. Non so come ma capisco che la situazione è simile a quella degli aerei che stanno precipitando e il comandante avverte:

“prepararsi all’impatto!!!!!!!”

E infatti, una frazione di secondo dopo, sento il rumore di un urto potentissimo e vedo la testa di una delle ragazze seduta dietro piombarmi addosso.

La dinamica è presto detta: una macchina che veniva dietro di noi, lanciata in quell’assurda corsa, quando ha frenato è scivolata sulla strada di terra rossa e l’impatto è stato inevitabile e violento.

Dopo aver rassicurato la ragazza che mi è piovuto addosso, scendo e vedo l’autista della macchina che ci ha tamponato a terra. Sicuramente si è rotto qualcosa ma non sembra in pericolo di vita. Lo caricano su una macchina e lo portano via.

A questo punto noi sei passeggeri e le due galline siamo nel mezzo della Gambia senza macchina!

Io dovrei raggiungere Ziguinchor entro sera per poi proseguire verso la Guinea Bissau.

Non sarà facile ma non è impossibile.

Ci riuscirò?

Alla fine si… ma non senza assurde e roccambolesche “storie di viaggi africani” e, chi vorrà, potrà leggerla DA MEDINA A ZIGUINCHOR: SECONDA PUNTATA

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