Attualità

H2O ABRUZZO: «ALTRO CHE SICUREZZA, NEI LABORATORI GRAVISSIME INADEMPIENZE E IRREGOLARITA’»

scrive la segreteria del movimento H2O Abruzzo

 

 

Laboratori del Gran Sasso, dai documenti emergono gravissime e numerose inadempienze e irregolarità, altro che sicurezza!

Piano di Emergenza per la popolazione approvato come “provvisorio” nel 2008 e scaduto da 6 anni. Il Rapporto di Sicurezza è stato validato?

Gli esperimenti Borexino e LVD non potevano essere installati, divieto esistente fin dal 1988.  Decreto del 1999 imponeva anche l’allontanamento delle eventuali sostanze pericolose già presenti.

Primi ostacoli alla trasparenza per “questioni di sicurezza” e possibile sabotaggio. Un mondo alla rovescia, gli enti da 15 anni non risolvono ma ora sono i cittadini a rappresentare un problema?

Nei laboratori del Gran Sasso i due esperimenti LVD e Borexino che usano 2.300 tonnellate di sostanze pericolose non potevano essere installati per la presenza della captazione idropotabile. Inoltre il Piano di Emergenza esterno rivolto alla popolazione per l’applicazione della Direttiva Seveso sugli Impianti a Rischio di Incidente Rilevante risulta approvato nel 2008 già come “provvisorio” ed è scaduto da ben 6 anni!

Abbiamo attivato numerosi accessi agli atti su diverse questioni rilevanti. I primi documenti che abbiamo ottenuto assieme all’analisi approfondita delle norme fanno emergere inadempienze e irregolarità gravissime nella gestione della questione della sicurezza per quanto riguarda il sistema Gran Sasso. Da qui alle prossime settimane contiamo di divulgare altra documentazione estremamente rilevante.

Gli esperimenti irregolari
L’esperimento LVD, installato nel 1992 in sala A, utilizza 1.000 tonnellate di acqua ragia stoccate in serbatoi. L’esperimento Borexino è stato installato nel 2002 in sala C e usa 1.292 tonnellate di 1,2,4 trimetilbenzene. Sono sostanze pericolose per le quali non viene rispettata la distanza dalla captazione idropotabile fissata in 200 metri (comma 4 dell’Art.94 del Testo Unico dell’Ambiente D.lgs.152/2006), una distanza fissata temporaneamente in attesa di quella sito-specifica che la regione deve individuare da 11 anni attraverso la predisposizione della perimetrazione delle aree di salvaguardia. Quest’ultima, tenendo conto del valore dell’acquifero per l’approvvigionamento idrico, della sua vulnerabilità e della sua estensione, ovviamente non potrà che essere di chilometri (pertanto non si risolve quasi nulla allontanando di qualche metro la captazione come vorrebbe fare la regione). Poichè gli esperimenti con sostanze pericolose sono stati installati prima dell’entrata in vigore del D.lgs.152/2006 Testo Unico dell’Ambiente abbiamo pensato di ricostruire l’evoluzione normativa sui divieti verificando che:
1988: il D.P.R.236/88 introduce all’Art.6 il divieto di stoccaggio di sostanze pericolose/radioattive entro 200 metri dalle captazioni idropotabili;
1999: il D.lgs.152/99 conferma il limite dei 200 metri e introduce anche l’obbligo dell’allontanamento delle sostanze eventualmente già presenti. Consente alle regioni di perimetrare in maniera diversa e sito-specifica le aree di salvaguardia;
2006: il D.lgs.152/2006 Testo Unico dell’Ambiente conferma il limite dei 200 metri e rinnova anche l’obbligo di allontanamento delle sostanze già presenti. Ordina alle regioni di perimetrare le aree di salvaguardia.

Il divieto è stato quindi introdotto nel 1988, quattro anni prima di LVD e ben 14 anni prima di Borexino. Pertanto non sappiamo come sia stata possibile l’installazione di questi due esperimenti sulla base delle leggi vigenti nonché la loro permanenza nei laboratori visto che almeno dal 1999 le norme impongono anche l’allontanamento delle sostanze già presenti. Pertanto l’inadempienza appare gravissima e reiterata nel tempo visto che gli enti competenti non hanno neanche adempiuto alle azioni di allontanamento previste dalla legge “ove possibile”. Mentre è piuttosto difficile pensare di spostare i due tunnel, per le sostanze stoccate nei serbatoi basta programmare l’allontanamento in sicurezza con autobotti. I laboratori hanno provato a sostenere che, visto che le sale sono state costruite prima delle leggi sull’acqua, si poteva procedere con qualsiasi esperimento; una pretesa illogica visto che le singole attività di ricerca sono pianificate successivamente. Sarebbe come dire che possiamo mettere in un laboratorio attrezzatura non a norma in quanto le mura sono state costruite prima delle relative leggi concernenti la sicurezza dei materiali. In ogni caso, come detto, le norme prevedono l’allontanamento delle sostanze ormai presenti.

Il Piano di Emergenza Esterno scaduto da 6 anni e pieno di “omissis”!
I Laboratori del Gran Sasso sono classificati quale Impianto a Rischio di Incidente Rilevante in base alla Direttiva “Seveso”. Dall’accesso alla Prefettura di L’Aquila è emerso che il Piano di Emergenza Esterno dei Laboratori per gli incidenti rilevanti (previsto dall’art.24 del D.lgs.105/2015, recepimento della direttiva “Seveso ter”) rivolto alla popolazione è stato varato come “provvisorio” nel 2008 dalla Prefettura di L’Aquila ed è scaduto nel 2011. “Provvisorio” (come chiarito a pag.2, paragrafo 1.1.) in quanto all’epoca non risultava neanche validato dalla CTR regionale il Rapporto di Sicurezza dei Laboratori, a quattro anni dal dissequestro avvenuto nel 2004 con la promessa di adempiere alle previsioni di legge. Da allora il Piano di Emergenza non risulta essere stato più aggiornato nonostante la legge in materia sia chiarissima rispetto all’obbligo di farlo al massimo ogni 3 anni (in base prima all’art.20 comma 3 del D.lgs.334/99 e oggi all’Art.21 comma 6 del D.lgs.105/2015). Questo Piano secondo la legge dovrebbe essere redatto assieme alla popolazione e dovrebbe comportare attività di comunicazione ed esercitazione costanti. Tutto ciò non è stato attuato neanche nel 2008 e successivamente. Tale condizione attuale appare ancor più grave in considerazione del pregresso riguardante i laboratori visto che le inadempienze relative all’applicazione della Direttiva “Seveso”, come detto, furono uno dei motivi che portarono al sequestro dei Laboratori da parte della Procura della Repubblica di Teramo nel 2003. Il Piano del 2008 non ha potuto evidentemente tener conto dei terremoti che sono accaduti e dei relativi effetti sulla comunità. La documentazione fornitaci dalla Prefettura di L’Aquila è anche estesamente coperta da omissis. In particolare, il nome delle sostanze e le quantità, che poi è il cuore della questione visto che i cittadini che possono venire a contatto con sostanze pericolose per la loro salute forse vorrebbero conoscere almeno il loro nome… Ci hanno spiegato che vi sono problemi di possibili sabotaggi. Facciamo notare che per SOX avevamo sollevato la questione dell’omissione nella valutazione dell’esperimento dei rischi connessi all’azione di malintenzionati. Diciamo che questa problematica evidentemente vale per un accesso agli atti da parte dei cittadini e non per le valutazioni nelle autorizzazioni dell’esperimento. Ieri, infine, abbiamo notato che dal sito della prefettura, dopo un periodo di qualche settimana con problemi per consultare i documenti, si può di nuovo leggere il Piano di Emergenza. E scaricarlo integralmente, senza omissis. Mah!
Ora stiamo attendendo dal Comando Regionale dei Vigili del Fuoco la documentazione sul Piano di Emergenza Interno (quello per gli operatori), sul Rapporto di Sicurezza (il documento centrale per la gestione di un impianto a rischio di incidente rilevante per la Seveso) e sulle ispezioni condotte. Ci hanno risposto coinvolgendo addirittura Guardia di Finanza, Carabinieri, Polizia e Prefettura perchè anche qui ci sarebbero non meglio precisate ragioni di sicurezza per cui stanno valutando se e quali documenti concedere. Abbiamo fatto notare che sarebbe piuttosto singolare richiamare questioni di sicurezza rispetto al cittadino quando le autorità ormai ammettono candidamente che il “sistema Gran Sasso” non è in sicurezza per plurime omissioni, inadempienze e incapacità degli organi deputati, compresi organismi di carattere straordinario che hanno operato in questi anni. Tra poco ci diranno che sono gli abitanti a rendere pericoloso il Gran Sasso?

Verrebbe quindi da chiedersi chi sta ponendo effettivamente a rischio il perseguimento degli obiettivi di tutela e di sicurezza della popolazione fissati dalle normative in materia e se eventuali generici richiami a questioni di sicurezza, non possano essere utilizzati strumentalmente per evitare di far emergere ulteriori criticità gestionali/amministrative (che è proprio l’obiettivo individuato dal D.lgs.33/2013 sulla trasparenza, cd FOIA, e, cioè, il controllo diffuso dell’operato della pubblica amministrazione). Ad esempio, il Rapporto di Sicurezza è stato validato dopo il 2008?

Tra l’altro se proprio vogliamo parlare di sicurezza ed ordine pubblico per quanto riguarda i materiali detenuti nei laboratori facciamo notare che: 1)gli schemi costruttivi degli apparati sperimentali sono reperibili in centinaia di pubblicazioni. Vogliono paradossalmente limitare/vietare anche la possibilità di divulgare i risultati ottenuti dagli scienziati? 2)il (meritorio) tour virtuale dei laboratori permette di localizzare facilmente qualsiasi strumentazione/apparato all’interno degli stessi; 3)700.000 cittadini bevono direttamente o indirettamente acqua dal Gran Sasso per cui le informazioni contenute nei documenti richiesti attengono a diritti fondamentali dei cittadini tutelati dalla nostra Costituzione; 4)in questi anni e fin dal 2002, con il deposito, prima dell’incidente di agosto, dei primi due dossier sulla presenza e sulla gestione delle sostanze pericolose nel Gran Sasso, i cittadini si sono dimostrati più capaci delle stesse autorità di individuare situazioni di rischio.

Pertanto crediamo che, proprio nello spirito delle norme riguardanti gli Impianti a Rischio di Incidente Rilevante che pongono al centro la cooperazione tra cittadini e strutture pubbliche per il raggiungimento di elevati standard di sicurezza, sia necessario assicurare la trasparenza e l’accesso alla documentazione presso tutti gli enti. Evidenziamo che siamo assolutamente favorevoli alle attività di ricerca scientifica che, però, devono tener conto, come qualsiasi fatto umano, dei limiti di compatibilità nonché dei diritti di centinaia di migliaia di persone. Errori compiuti all’atto di pianificazione degli esperimenti come, ad esempio, non aver tenuto in debita considerazione la presenza delle captazioni, non possono certo riverberarsi sulla popolazione. Per abbassare il livello di rischio del sistema è indispensabile ripartire dal rispetto della legge e, cioè, dall’allontanamento delle sostanze pericolose stoccate in grande quantità dalla montagna. Aver trasformato un luogo così fragile, vulnerabile ma strategico per l’acqua in un Impianto a Rischio di Incidente Rilevante è un errore esiziale che non può certo essere risolto spostando di qualche metro la captazione. In caso di incidente grave perderemmo l’intero acquifero!

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