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Ci sono luoghi che appartengono a una città e altri che, silenziosamente, finiscono per appartenere alla vita di ciascuno di noi. Il Santuario della Madonna delle Grazie, per Teramo, è uno di questi.
Vederne finalmente riaprirsi la soglia, dopo i lunghi anni del restauro seguito al sisma, è stato un momento di profonda commozione. La grande folla raccolta davanti a quella porta attendeva molto più dell'ingresso in una chiesa: attendeva di ritrovare un luogo della memoria, della fede, dell'identità collettiva.
E forse proprio quella soglia, tornata ad aprirsi, è stata l'immagine più bella di questa giornata.
Una porta che si apre è sempre una promessa. È il contrario della paura e della separazione. È un invito ad andare incontro all'altro. Oggi quella porta ci è sembrata aprirsi sulla pace, sulla gioia, sulla fratellanza, restituendo alla nostra città non soltanto uno dei suoi luoghi più amati, ma un frammento prezioso della sua anima.
Ho guardato le tante persone presenti e ho pensato a quante generazioni abbiano attraversato quella stessa soglia portando con sé una preghiera, una speranza, un dolore, un ringraziamento. I luoghi sacri sono anche questo: custodi discreti delle nostre vite, capaci di sopravvivere alle ferite del tempo e di riconsegnarci, un giorno, ciò che credevamo perduto.
Per me, poi, la Madonna delle Grazie custodisce un legame ancora più intimo. Mi sono laureata il 2 luglio, proprio nel giorno della Festa del nostro Santuario. Da allora quella data è rimasta dentro di me come l'incontro tra una conquista personale e una ricorrenza profondamente radicata nella storia della mia città. E ieri, attraversando nuovamente quella soglia, anche quel ricordo lontano è tornato improvvisamente vicino.
Un ringraziamento sentito alla Curia e alla Prefettura di Teramo, al Prefetto e, in modo particolare, alla Dottoressa Chiara Fabrizi, per il lavoro, la cura e l'impegno che hanno accompagnato questo momento così atteso.
Dopo le ferite del sisma e gli anni dell'attesa, Teramo ritrova finalmente il suo Santuario.
E mentre quella porta si apre di nuovo, mi piace pensare che sia la città intera ad attraversarla: con la propria memoria alle spalle e, davanti, una soglia di speranza.
MARIA CRISTINA MARRONI