



Tra le tante vicende di cronaca giudiziaria riportate, negli anni, sulle pagine del nostro sito, quella che stiamo per raccontarvi è forse la più paradossale. C’era successo di scrivere di un processo che non si aprisse per mancanza di prove, o per mancanza del reato, addirittura per mancanza di testimoni. Mai, per mancanza di querela.
Questa è anche la storia dell’ennesima, clamorosa beffa alla nostra montagna più importante e, soprattutto, alla stazione sciistica che avrebbe dovuto rappresentarne il cuore: i Prati di Tivo.
Il ritratto del paradosso, è tutto nelle parole del sostituto procuratore Enrica Medori: «I liquidatori della società Gran Sasso Teramano, ascoltati il 15 ottobre 2025 riferivano che intendevano proseguire con eventuale azione penale e civile nei confronti di Marco Finori solo dopo una verifica delle componenti aziendali, una volta rientrati in possesso dei beni. Operazione che è avvenuta ma, nonostante ciò, nessuna richiesta di punizione è pervenuta e pertanto l'azione penale è improcedibile per mancanza di querela».
Non stiamo parlando soltanto di impianti sciistici abbandonati, di seggiovie divorate dalla ruggine, di battipista lasciati marcire sotto la neve o di generatori di neve artificiale trasformati in ferraglia. Non è solo il racconto di una montagna dimenticata. Qui siamo davanti a qualcosa di molto più grave: la certificazione dell’impotenza – o peggio dell’indifferenza gestionale – davanti alla distruzione di un patrimonio pubblico.
Tutto nasce da un esposto presentato dalla guida alpina Pasquale Iannetti e dall’avvocato Vincenzo Di Nanna, che mettono nero su bianco una domanda devastante: chi doveva controllare i custodi? Per anni, denunciano, gli impianti sarebbero stati lasciati senza manutenzione, senza protezione, senza interventi adeguati. Eppure tutti sapevano. Province, enti pubblici, società partecipate, amministratori, organismi di vigilanza. Le lettere inviate già nel 2020 dimostrano che il degrado era noto, denunciato, documentato. E allora la questione diventa inevitabilmente politica e morale prima ancora che giudiziaria. Perché la parte più assurda dell’intera vicenda è questa: i danni potrebbero non essere mai risarciti non perché non esistano, ma perché nessuno avrebbe presentato querela. Sì, avete letto bene.
Secondo quanto prevede la legge, il reato ipotizzato – la violazione colposa degli obblighi di custodia – è perseguibile soltanto su querela della parte offesa. Non basta l’esposto di Iannetti e Di Nanna, per poter procedere, gli stessi liquidatori della società proprietaria degli impianti, avrebbero dovuto denunciare formalmente chi li custodiva. Invece, non l’hanno fatto. Avrebbero potuto seguire le orme dell’ex commissario, Gabriele Di Natale che, lui sì, una denuncia l’aveva presentata nel 2024.
Invece, non l’hanno fatto.
«È come dire che per l'Ufficio della Procura che ha svolto scrupolose e accurate indagini, il reato c'è ma non potrà esser perseguito perché non ha voluto farlo la società Gran Sasso Teramano - commenta l’avvocato Di Nanna - eppure la Procura di Teramo ha interpellato, per ben due volte, i liquidatori della Gran Sasso Teramano per sollecitare una richiesta di punizione penale che, purtroppo, è inspiegabilmente mancata». Lo stesso avvocato Di Nanna, nel corso di una conferenza stampa tenuta con Pasquale Iannetti, per presentare l'esposto, invitò espressamente la Gran Sasso Teramano a querelare.
Non è successo.
Una situazione grottesca. Lo Stato che dovrebbe tutelare il patrimonio pubblico diventa incapace perfino di attivare gli strumenti minimi per difenderlo. È il cortocircuito perfetto della burocrazia italiana: tutti vedono il danno, nessuno compie l’atto decisivo per fermarlo. Così, Prati di Tivo è diventa il simbolo di un’Abruzzo che perde pezzi senza reagire. Una stazione sciistica fantasma costruita con soldi pubblici e lasciata lentamente morire. E oggi il rischio è doppio: non solo aver perso un patrimonio economico e turistico enorme, ma anche assistere all’ennesima evaporazione delle responsabilità. Non stiamo dicendo che Finori sia responsabile, ma solo che nessuno accerterà mai se ci sia e chi sia il responsabile di quegli impianti abbandonati, delle seggiovie lasciate alle intemperie, dei battipista inutilizzabili, dei cannoni sparaneve arrugginiti sul ciglio della strada e perfino dello “scarrucolamento” della fune della seggiovia del Pilone.Siamo di fronte a una passività che non è solo incomprensibile, ma che potrebbe aprire il campo a tutta una serie di altre situazioni. Se la strada del processo penale contro la gestione privata si chiude per mancanza di denuncia, si spalanca ora un portone ben più spaventoso per la politica locale: quello della Corte dei Conti. L'entità del danno erariale si preannuncia potenzialmente milionaria. Il conto per ripristinare gli impianti graverà sulle tasche pubbliche. E la Procura contabile non avrà bisogno di querele di parte per fare il suo corso. Chiamerà a rispondere del disastro non solo chi doveva custodire materialmente i piloni e le seggiovie, ma soprattutto chi aveva il dovere giuridico e politico di vigilare sul custode. La domanda iniziale resta allora più che mai aperta e dolorosa: se i custodi del pubblico patrimonio scelgono il silenzio, chi difenderà i diritti dei cittadini?
A pensarci bene, il titolo di questo articolo è sbagliato, non è vero che nessuno pagherà i danni. Qualcuno li pagherà. Noi.
ANTONIO D'AMORE

