Esiste un confine invisibile, ma invalicabile, che separa il legittimo dibattito economico dalla pura e semplice barbarie verbale. Questo confine è stato brutalmente superato nelle scorse ore all'interno di una comunità virtuale legata al territorio teramano, dove un ordinario annuncio di lavoro si è trasformato nel palcoscenico dell'ennesima, deprimente sfilata di arroganza e violenza privata. I fatti, documentati dagli screenshot che circolano online, sono lineari nella loro gravità. Un imprenditore vibratiano, pubblica un annuncio su un gruppo Facebook, cerca un magazziniere esperto nell'uso del muletto, offre un contratto a tempo indeterminato a 1.200 euro mensili, per un orario che va dal lunedì al sabato, dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 19. Un cittadino fa un calcolo rapido e matematico: 8 ore al giorno per 6 giorni alla settimana significano 48 ore settimanali. In un mese sono circa 192 ore. Tradotto: circa 6,25 euro lordi all'ora per una figura che deve essere anche "esperta". Il cittadino commenta pubblicamente definendo la proposta una forma di "nuovi schiavi”. Fino a questo punto, ci troveremmo all'interno di una normale – per quanto aspra – dinamica di critica social. Il costo della vita aumenta, i salari in Italia rimangono tra i più bassi d'Europa, e i cittadini monitorano con attenzione le offerte di lavoro. La reazione dell'imprenditore, tuttavia, squarcia il velo della civiltà. Invece di difendere la propria offerta con argomentazioni economiche, l'autore del post risponde pubblicamente con una violenza verbale inaudita: “vieni tu a fare il mio schiavetto... leone anzi coglione da tastiera”, condendo il tutto con epiteti offensivi come “pirla”.
Di fronte al pacato invito del cittadino a vergognarsi, la risposta pubblica dell'imprenditore rincara la dose, definendolo "inutile". Ma è nel retrobottega dei messaggi privati di Messenger che la maschera crolla definitivamente, mostrando una subcultura intrisa di prevaricazione e bullismo. Ciò che accade in privato non è più una discussione sul lavoro, ma una sequela di insulti, che vanno dall'ingiuria grave alle minacce. L'imprenditore contatta direttamente il cittadino, esordendo con un esplicito invito alla violenza fisica: “Se mi dai indirizzo ti vengo a trovare, pisciaturo”. Poi, non contento, scivola nel repertorio più becero del machismo retrogrado, attaccando la vita personale dell'interlocutore (“Immagino quanto sia infelice tua moglie x avere un essere insignificante”) e insultandolo con riferimenti omofobi: “…il tuo nome è da gay...”.
Non è solo un problema di "maleducazione online". È il sintomo di una patologia più profonda che colpisce una parte del nostro tessuto imprenditoriale. L'idea, cioè, che possedere un'azienda o offrire uno stipendio dia il diritto di proprietà sulle persone, una sorta di "ius primae noctis" digitale in cui chi critica l'operato del padrone deve essere sottomesso, umiliato nell'orientamento sessuale o minacciato di percosse a domicilio.
Chiunque decida di fare impresa ha una responsabilità sociale sancita dalla Costituzione. L'articolo 41 recita che l'iniziativa economica privata è libera, ma “non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all'ambiente, alla sicurezza, alla dignità umana”. Aggredire verbalmente un cittadino perché evidenzia una paga oraria di 6 euro non è solo una violazione della dignità della persona colpita, ma un insulto a tutti quegli imprenditori onesti che, pur tra mille difficoltà, rispettano i lavoratori e il diritto di critica. I social network non sono una zona franca in cui tutto è concesso. Le minacce private e le offese omofobe lasciano una traccia digitale indelebile. Quando la ricerca di un "collaboratore volenteroso" si trasforma nella pretesa di uno "schiavetto" da silenziare con il terrore, non siamo più davanti a un problema di mercato del lavoro, ma ad una porzione di dignità civile scomparsa.…

