
Ieri, il giornalista Antonio D'Amore ha informato i cittadini teramani che è stata cambiata la serratura della sede utilizzata, per anni, dall'Associazione culturale "Teramo nostra".
La notizia, in quanto tale, mi avrebbe lasciata del tutto indifferente, nonostante i fatti narrati dal direttore D'Amore riferiscano di scenari opachi e poco edificanti per chi aspira a promuovere il livello culturale del contesto teramano.
Ma non è questo il motivo per il quale ho deciso di vergare le mie successive considerazioni.
Nel corso del servizio trasmesso da Antonio D'Amore, il presidente dell'Associazione "Teramo nostra", riferendo dei lavori edili fatti presso la sede utilizzata, ha riferito testualmente di «...aver fatto il bagno nuovo anche per gli handicappati».
Ora, in qualità di persona disabile, che ha studiato, vive, lavora, pensa e, soprattutto ascolta, non posso esimermi dal fare alcune considerazioni.
La prima è che, senza scadere nella retorica, la semantica utilizzato ha un significato proprio. Lo dico al presidente di Teramo nostra, perché il termine "handicappati" utilizzato da Piero Chiarini è un pugno in faccia alla cultura, ma anche all'aspirazione di progresso. Pure un bambino poco scolarizzato sa bene che il termine "handicappato" ha una connotazione negativa e dispregiativa, che pure il gergo volgare ha agevolmente superato.
Ma come se non bastasse si è utilizzata anche la congiunzione "anche", come se disporre dei servizi igienici per le persone disabili, in un luogo di aggregazione sociale, non fosse un dovere normativo, ma una libera ed incondizionata facoltà.
Insomma, ancora una volta la sottoscritta ha compreso bene la distanza tra il dire e il fare, tra la derelata volontà di progresso e i limiti radicati della cultura stigmatizzante, che rende ancora difficile la reale inclusione ed integrazione sociale e personale di chi vive una condizione non di "handicap", ma di disabilità.
Teramo è anche nostra, anche delle persone "handicappate".
Dottoressa Fausta Di Berardo

