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Anche nel calcio, vi sono i “cattivi maestri”. Sono gli esperti di tattica, quelli che invitano i propri calciatori a guadagnare un fallo laterale, a ricominciare da dietro, quelli che dipingono schieramenti su lavagnette quasi fossero dei generali nella battaglia di Waterloo. 

La tattica è una brillante invenzione attraverso la quale si attribuisce un significato proprio ad un allenatore di calcio. Quando nel calcio ci si allena a porte chiuse verrebbe voglia di chiederne il perché. Nascondere strategie militari, non disvelare posizionamenti geniali, sperimentare soluzioni scientifiche? No, nulla di tutto questo. Semplicemente, la cronicizzazione di un pensiero distorto secondo il quale la tattica è una sorta di alchimia, di sublimazione della geometria pitagorica, un algoritmo vincente. Nel calcio, i cattivi maestri hanno deteriorato le qualità di migliaia di giovani calciatori. Atleti inclini al costante uno contro uno, al dribbling, alla corsa disordinata, ma incalzante, alla conclusione da ogniddove. Negli anni, in diverse occasioni mi sono fermato ad osservare allenamenti di squadre giovanili. Ho visto, sempre più spesso, atleti fermi in mezzo al campo, anche per un’ora, circondare allenatori che disegnavano spazi di manovra limitati, nonché i soliti ed inutili gesti. Ecco, quindi, che financo ragazzi promettenti nel dribbling, nel tiro, nel lancio sono stati tarati per il famoso “gioco facile”. Come se la tecnica, la corsa o anche l’estro fossero elementi da subordinare ad un’architettura che nessuno ha mai compreso fino in fondo e che forse neppure esiste. Tanto è che pure sugli spalti, improvvidi spettatori, si avventurano in disanime tattiche, in schieramenti geo-calcistici, in visioni religiose sul modulo da adottare. Il calcio è un gioco meraviglioso. Si usano i piedi e non le mani, vi è la necessità di correre in un manto di oltre seimila metri quadri, si salta, si stoppa, si lancia. L’obiettivo unico è ficcare la palla dentro la porta. Eppure, sempre più spesso, per andare a Roma, si passa per Milano, rischiando di non arrivare mai nella capitale. Le recenti partite della nazionale di calcio, dopo la batosta rimediata contro il Belgio, hanno fatto intendere che è meglio far giocare chi a calcio sa giocare. Non gli esecutori robotici del compitino, non coloro che sanno guadagnare il fallo laterale e che sanno tediarci con centinaia di passaggi a cinque metri, ma quelli che per andare a Roma tirano dritto. Piedi sensibili e polmoni capienti, ambidestri, capacità di lancio, stop orientati, tiri con traiettorie inspiegabili. E seppure gli allenatori cercheranno di limitarne, sin da infanti, le inclinazioni eclettiche, il mio invito è a non ascoltarli o assecondarli. Solo in quel modo, l’Italia tornerà a sfornare talenti e non mediocri automi solo in grado di fare il compitino. Con la tattica, migliorano solo i calciatori poco inclini al gioco, che mai diventeranno calciatori di professione. Con la tattica, quelli che possono farcela,peggiorano, si autolimitano, diventando ibridi che faranno fatica a sfondare nel vero calcio. Il più grande allenatore della storia calcistica, Rinus Michels, disse: il calcio totale è praticabile solo se hai calciatori dotati di grande tecnica e grande capacità di corsa. Punto.  

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