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Screenshot_2026-09-26_alle_07.26.05.pngCi risiamo. Ancora una volta, c’è qualcuno che ha deciso di negare l’accesso ai giornalisti “sgraditi” ad un evento. Ancora una volta c’è chi si arroga il diritto di decidere “tu sì e tu no”, sull’immaginaria lavagna dei giornalisti “amici” e quelli “nemici”. Rigurgita, con sempre maggiore frequenza la pericolosa insofferenza verso chi le notizie le cerca, le verifica, le racconta e, quando necessario, pone domande scomode.
L’ultimo episodio arriva da Ortona, dove ai cronisti del Centro è stato negato l’accesso a un convegno, dopo che la stessa testata aveva raccontato la presenza di esponenti riconducibili all’area neofascista. La questione va molto oltre il singolo giornale, il singolo evento e persino il contenuto degli articoli pubblicati. Perché in una compiuta democrazia (quale noi ci illudiamo di essere) esiste un principio che dovrebbe essere elementare: la stampa non si seleziona sulla base della sua maggiore o minore gradibilità.
Un cronista non deve conquistarsi il diritto di entrare scrivendo articoli compiacenti.
Non deve meritarsi un accredito evitando determinati argomenti.
Non deve domandarsi, prima di pubblicare una notizia, se quella notizia gli chiuderà domani la porta di una conferenza, di un convegno o di una manifestazione.
Quando accade questo, il problema non riguarda più soltanto il giornalista escluso. Riguarda tutti. Perché il cronista non entra in una sala per soddisfare una curiosità personale. Entra per vedere, ascoltare, fare domande e raccontare ciò che accade a chi in quella sala non c’è.
Naturalmente esistono eventi privati, regole organizzative, limiti di capienza e procedure di accredito. Ma se il criterio diventa “chi ha scritto bene di noi entra e chi ha scritto qualcosa che non ci piace resta fuori”, non siamo più davanti alla normale organizzazione di un evento. Siamo davanti ad una forma di pressione sull’informazione. È un messaggio: se quello che scrivi mi piace entri, se non mi piace resti fuori.
O magari, ti ritrovi insultato tutti i giorni sulle pagine facebook di chi decide di prendersela con un cronista, che ha avuto il solo torto di raccontare un fatto vero.
Che siano “fascisti” ad Ortona o “comunisti” a Teramo, i metodi non cambiano: o scrivi quello che mi piace, oppure sei la peggiore delle persone possibili, il “giornalaio” da insultare fino anche allo scherno fisico.
Fino alla censura.
Alimentando un clima di odio che, purtroppo per gli “haters” non modifica la realtà dei fatti. Che restano fatti.
Veri e verificati.

Un giornale può sbagliare, certo. Un cronista può essere contestato. Una ricostruzione può essere smentita. Esistono rettifiche, repliche, querele quando ne ricorrano i presupposti e tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento. Ma la risposta a un articolo non può essere la chiusura della porta al giornalista che lo ha scritto. Né una campagna di insulti.
Mai.

Oggi quella porta si è chiusa davanti ai cronisti del Centro, che hanno raccontato di un convegno. In passato si è chiusa davanti a chi scriveva di un’amministrazione, di un partito, di un’associazione, di un’impresa o di qualsiasi altro centro di potere.
Ed è proprio per questo che la battaglia non appartiene solo ai giornalisti. 

La libertà di stampa o vale per tutti oppure, semplicemente, non è libertà. 

Chi organizza un evento aperto all’informazione, deve accettare anche la possibilità che il racconto giornalistico non sia quello desiderato. Fa parte delle regole di una società democratica. La stampa non nasce per accompagnare gli eventi con un applauso. Nasce anche per osservare quello che qualcuno preferirebbe non fosse osservato e per raccontare quello che qualcuno preferirebbe non fosse raccontato.
Per questo quello che è successo ad  Ortona merita attenzione.
Piena solidarietà ai colleghi del Centro.
Ogni volta che una porta viene chiusa in faccia a un cronista per un articolo sgradito, dietro quella porta non resta soltanto il giornalista.
Restiamo tutti noi, che cerchiamo di fare il "mestieraccio"
Soprattutto, resta fuori un pezzo della nostra civiltà.

E non possiamo, non dobbiamo e non vogliamo accettarlo.



Ad’A