
“Capolavoro immenso”.
“Opera d’arte assoluta”.
“Epica riflessione sull’uomo”.
“Anatomia della leadership”.
“Manifesto pacifista”.
Sull’Odissea di Nolan ho letto di tutto, ma soprattutto ho letto gli sforzi - quelli sì epici - fatti dalla “grande critica” per trovare un modo di celebrare uno degli “intoccabili” del cinema contemporaneo. Che poi, perché sia “intoccabile” Nolan non lo capisco: è vero, ha firmato uno dei film del mio Nirvana cinematografico, cioè “Interstellar”, ma anche del pretenzioso e malriuscito “Tenet” e del noiosissimo “Memento”.
Vabbè.
Tornando all’Odissea, per me la chiave di lettura è di un’assoluta semplicità: è un film che piacerà moltissimo a chiunque non abbia mai sentito parlare di Omero; piacerà “sì, ma…” a chiunque abbia sentito parlare di Omero, ma ne abbia un vago ricordo scolastico; non piacerà per niente a chiunque abbia letto e studiato davvero l’Odissea, e intuisca quanto sia davvero profonda e complessa la “storia di tutte le storie”.
La grande fortuna di Nolan, che credo dell’Odissea abbia letto poco più di un bignami ad uso della bocca buona dei ‘mericani, è che la stragrande maggioranza del suo pubblico appartiene alla prima categoria. E anche - per loro stessa ammissione - molti degli attori protagonisti delle tre ore nolaniane, che hanno candidamente ammesso di non sapere nulla dell’eterno ritorno di Odisseo, prima di avere in mano il copione.
Io, purtroppo o per fortuna, appartengo alla terza categoria.
Non solo perché l’Odissea l’ho studiata, anche in greco, ma perché ne ho amato gli infiniti piani dl lettura, le sfaccettature complesse di ogni personaggi, l’eterno conflitto tra umano e divino mai banale nel confrontarsi eterno di eroi più immortali degli Dei e Dei spesso miserabili più del peggiore tra gli uomini.
Il mio essere italiano poi, l’essere erede di una cultura che deve ai greci il teatro tragico, la filosofia, la democrazia, l’arte del pensare per il solo fine di pensare, la poesia spinta anche oltre quelle regole morali, che solo ora consideriamo indebite negazioni di diverse forme d’amore, pretende che io non mi accontenti del pastrocchio di Nolan, perché di quello si tratta: un pastrocchio che banalizza e appiattisce, in una confusa narrazione che alterna rispetto del racconto omerico e libertà artistiche, senza però rendere credibili nessuna delle due.
Non starò qui a sottolineare quanto sia per me inaccettabile il fatto che, in ossequi al politicamente corretto, Nolan avverta il bisogno di scegliere per il ruolo di Elena un’attrice afroamericana come Lupita Nyong’o, mentre Omero la indicava “leukolenos”, “dalle bianche braccia”, con una fisicità quasi eterea che la rendeva, lei che era la “più bella tra le donne”, vicina alla bellezza degli Dei. E no, non mi si dica che quella di Nolan è una licenza artistica, il suo è il pegno multietnico cha paga oggi tutto lo star system hollywoodiano, e lo dimostra il marinaio che, unico tra i compagni di Ulisse, ascolta il canto delle sirene e si lancia in mare, ovvero il coreano Win Yu Lee.
Non a caso cito loro due perché, se quello di Nolan - come ha scritto qualcuno - voleva esser un “coraggioso” messaggio politico, uno “schiaffo all’America contemporanea”, allora la cosa è anche più grave, perché dopo Tim Rice, che per il suo Jesus Christ Superstar, nel 1973, ripeto: 1973, volle Giuda nero e la Maddalena asiatica, chi volesse prendere a “schiaffi l’America contemporanea” deve fare molto di più, e di meglio.
Nolan cede alla prassi e antepone il “politically correct” al dettato omerico.
Se licenza d’artista doveva essere, allora tanto valeva ispirarsi al viaggio di Ulisse e scriverne uno nuovo, non pastrocchiare con quello originale, trasformando in una sorta di contadinotta sfiorita la splendida Circe, che Omero descrive magnifica, tanto che Ulisse non solo si ferma per un anno, e non una mezza giornata come nel film, ma con lei genera un figlio, Telegono, subendone un fascino totalmente assente nel colossal nolaniano.
C’è, invece - sia lode agli Dei - un tributo alla bellezza nella scelta di Calipso, ninfa dalla soprannaturale bellezza, interpretata da Charlize Theron, che divina lo è davvero, ma poi nella trama tutto si ripastrocchia, perché e con lei che Odisseo ricorda il viaggio e non con Nausicaa, visto che Nolan cancella totalmente l’Isola dei Feaci con tutti i suoi abitanti, compreso re Alcinoo e il suo palazzo, dove si scriverà quella che è forse la prima pagina di amore non corrisposto dell'intera storia della letteratura.
Nolan non lo sa, o se lo sa preferisce pastrocchiare cercando di dare una “sua” impronta, mascherandola da lettura psicologica del tormento profondo dell’eroe guerriero, che si pente di aver vinto la guerra, perché quando cade Troia… cade tutto il Mondo.
Sorrido, ma con convinta amarezza, sul fatto che i greci di Ulisse nel saccheggio di Ilio incontrino un locale che parla …greco (ardita scelta registica).
Mi interrogo sul fatto che Ulisse, eroe astuto per eccellenza, sia anche così colto dal riuscire a cogliere non solo il fatto di vivere nell’età del bronzo, ma anche di intuirne la fine.
Mi infastidisce l’Agamennone in versione Darth Vader e una Penelope che, per quanto fisicamente nella parte, non sia abbastanza tragica da trasmettere il dolore dell’infinita attesa.
In conclusione, il malriuscito pastrocchio di Nolan produrrà due effetti: incasserà un numero spropositato di milioni di dollari e lascerà, in un’intera generazione di compiaciuti ignoranti, la certezza che Omero abbia scritto una storia che somiglia ad un Signore degli anelli allo tzatziki (Polifemo è uno smisurato Golum), con qualche intreccio da Trono di spade e qualche mostro alla Stranger things, ma tutto politicamente corretto come se Menelao fosse il duca di Bridgerton, tanto da aver paura che al banchetto per il matrimonio della figlia si aggiri Lady Whistledown, che - guarda caso - era anche lei una Penelope.
L’happy ending finale, poi, è un’incommentabile americanata.
Esco dal cinema deluso, e tanto, ma non annoiato, perché ho compensato il fastidio della visione spiacevole con il ricordo piacevole di una notte di tanti anni fa.
Ero andato in campeggio con un gruppo di compagni di liceo del Piccolomini, ma io e altri quattro una mattina avevamo preso una piccola barca che faceva servizio tra un’isola e l’altra. A sera, però, perdemmo la barca del ritorno. Decidemmo di dormire in riva al mare, sotto un grande ulivo cresciuto tra le pietre di una costa senza sabbia.
Fu una notte incredibile, una delle più indimenticabili della mia vita, un po’ per le stelle, un po’ per l’odore, un po’ per il silenzio, un po’ per il freddo anche, ma soprattutto perché quella piccola isola sulla quale eravamo rimasti era... Itaca.
Ad'A

