Era li assorto, a capo chino. Giorgio Almirante era davanti alla bara di Enrico Berlinguer. Noi di Sommacampagna, avvertiti poco prima dell’uscita a piedi del segretario da Via 4 fontane a Via Botteghe oscure -tra rischi immensi-poco dietro di lui guidati da Teodoro Buontempo sotto un grande cappello rosso che lo proteggeva dal caldo ma non solo, premendosulle transenne in una marea di folla che riempiva in ogni angolo piazza Venezia sotto il sole cocente del mezzogiorno romano. Il segretario del Movimento sociale era li,ricevuto da due dirigenti comunisti del livello di Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta. Proprio così: un ex comandante partigiano, "Nullo", faccia a faccia per un quarto d' ora con un uomo della Repubblica sociale e leader della destra italiana, destra popolare e sociale così diversa dalla destra europea, destra delle periferie, destra dei moti de l’Aquila e Reggio calabria, destra antimafia, destra tradizionalista e cattolica. La notizia della morte di Enrico aveva addolorato tutti Enrico Berlinguer era un leader amato a sinistra e rispettato a destra. Per la modalità della sua morte ci fu chi parlò del “Camerata Enrico” . Non solo aveva tentato di far liberare Moro dopo aver lavorato per realizzare in Italia il primo compromesso storico della storia repubblicana, ma aveva regolari contatti telefonici con Giorgio Almirante e insieme cercarono, provarono, trovarono almeno la via della pacificazione politica (pur tra tante incomprensioni con estrema destra e gli extra parlamentari comunisti bacino del terrorismo) in un Paese povero, inginocchiato, dilaniato da una guerra civile fatta dalla gioventù migliore che si odiava e si sparava addosso come se non bastassero gli agguati delle Brigate rosse e le stragi della mafia. Tra Dalla Chiesa, la strage di Bologna, la guerra sindacale, i militari golpisti al soldo della Cia, le crisi ideologiche, corruzione e ristrutturazioni economiche ogni giorno era buono per un colpo di stato. Ogni giorno guerriglia e rivolte anche nei piccoli centri. I capitali italiani fuggivano all’estero. Le grandi città erano preda dei grandi speculatori del mattone che aggredivano le periferie e squartavano i centri storici delle nostre città museopur tra grandi cambiamenti sociali, tecnologici e culturali, eventi storici, innovazioni tecnologiche e fenomeni di costume che hanno lasciato un'impronta duratura.. Non so quando il Paese sarà nelle condizioni di riflettere su ciò che successe in quegli anni ’80, ma intanto il mio leader per il quale avrei dato la vita e di cui facevo la scorta nei miei anni migliori era li in mezzo ad un branco di comunisti, in silenzio, in preghiera, a capo chino, davanti alla bara di Enrico Berlinguer nel suo abito grigio al centro della camera ardente. Eccolo attorniato da un rumoroso silenzio che si fa un profondo segno della croce e leggermente si inchina di fronte alla cassa di legno chiaro. Si inchina e la pace nazionale è siglata mentre se ne va verso via dell' Aracoeli per la storica uscita, e subito portato via dal gruppo di Via degli Scipioni guidata da Giampiero Rubei. Al microfono del regista Luigi Magni, Almirante dice: "Sono venuto per salutare un uomo estremamente onesto". Un gesto politico enorme. Ma anche un gesto di cortesia, al quale il popolo comunista rispose con altrettanta cortesia nel lento, incessante, composto pellegrinaggio dietro le transenne che formavano un corridoio fino a piazza Venezia. La bara di Berlinguer, posta tra due epilastri ricoperti di velluto rosso, con sullo sfondo una nicchia che raccoglie la bandiera del Comitato centrale e il tricolore, è ornata soltanto di un fiore mentre gli altoparlanti diffondono le note dell' "Adagio" di Albinoni .Il semplice e schietto: "Ciao Enrico".E la promessa di una donna: "Il mio bambino porterà il tuo nome". Quel bambino non saprà mai quanto fu importante quel giorno.
Leo Nodari

