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 Paolovive19 luglio 1992, esce dalla sua casa sul mare a Villagrazia di Carini e prende per mano sua moglie Agnese. Le dice: “Non sarà la mafia ad uccidermi ma saranno altri. E questo accadrà perché c'è qualcuno che lo permetterà. E fra quel qualcuno, ci sono anche miei colleghi”. Tutti conoscevano la sorte che gli stava toccando. Tutti. E, lui per primo, lo sapeva. Eppure  andava avanti incontro al suo destino. Il 23 maggio, morto Falcone il conto alla rovescia comincia per lui che era l’erede di Giovanni e dunque un bersaglioHanno già rubato la Fiat 126, l'hanno già imbottita di esplosivo. Nei 57 giorni che separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio, Paolo Borsellino, un uomo che incarnava lo Stato nella sua forma più nobile, ha vissuto una corsa contro il tempo, consapevole del suo tragico destino. In questo breve lasso di tempo, ha lasciato all’Italia una testimonianza indelebile di coraggio, lucidità e un amore incrollabile per la giustizia, un’eredità che ancora oggi scuote le coscienze e interpella le nuove generazioni.Era un “morto che cammina”. Lo sapevano tutti. Le pigrizie, il terrore, le complicità, tutto contribuiva alla imminente mattanza. Tutto s'incastra, tutto è a posto: il patibolo è pronto. Forse non c'è stato delitto più clamorosamente annunciato nemmeno nella Palermo dove l'omicidio politico- mafioso di tipo "preventivo-dimostrativo" era sempre preceduto da quella carica di paura più spaventosa del sangue stesso, e forse è proprio fra e pieghe delle sue parole - ora commosse ripensando all'amico che non c'era più, ora disperate per la solitudine dove anno dopo anno era sprofondato - sono rintracciabili i volti nascosti dietro il massacro.Quando è morto Paolo Emanuele Borsellino, siciliano che amava la vita, magistrato che amava la giustizia e padre che amava i tre figli, assassinato dall'esplosivo mafioso e dal cinismo di un'Italia omertosa e canaglia, tradito e venduto da uno Stato che non ha mosso un dito per salvarlo?È morto nel lontano '84 quando di giorno aveva la scorta e di sera no o è morto nell' 88 quando a Marsala c' erano "grandi proprietà di mafia" e i latitanti non li cercavano mai ? È morto la sera del 25 giugno quando ha fatto pubblicamente testamento nella biblioteca di Casa Professa o era già morto quando qualcuno intorno a lui stava trattando la resa con i macellai di Totò Riina? È morto il 19 luglio 1992 in via Mariano D' Amelio o era già morto il 23 maggio a Capaci, quando alle 17,58 l'autostrada si è aperta e il suo amico Giovanni Falcone se n' è andato poi fra le sue braccia?19 luglio 1992, alle 16,58 il procuratore salta in aria con i cinque poliziotti della sua scorta. Ma era già morto. I resti di Emanuela Loi, pezzi di carne insanguinata, finiscono appiccicati al quinto piano sulla parete dell' edificio. Non ci sono più neanche Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Tutto era già scritto.

Trentaquattro anni dopo l'esplosione di via D'Amelio tutto è stato risucchiato in un vortice di ipocrisia, si sono cancellate certezze che davamo per acquisite, con disinvoltura si riscrive la tragica storia indagando finalmente sulle indagini delle indagini inquinate da interessi perversi mafiosi.A Palermo gli avanzi dell’antimafia che ha divorato se stessa marciscono fra i velenosi risentimenti in uno spettacolo assai indecoroso.I media sono distratti, non c’è il morto a terra e quindi non c’è notizia (e non c’è mafia). Nonostante questo Paolo Borsellino è da sempre amato dai giovani perché ha incarnato valori che quel mondo ha sentito profondamente propri: il senso dello Stato, la fedeltà alla nazione, la sobrietà, il dovere, il coraggio davanti alla morte con un senso delle istituzioni così alto da non arretrare davanti ai teoremi, chiedere verità, difendere la memoria di Borsellino da ogni strumentalizzazione. 

Trentaquattro anni dopo Paolo Borsellino è più vivo che maie in tanti, in ogni angolo siamo ancora in piazza per dire che Paolo vive ancora nella coscienza di chi non si rassegna alla violenza, alla sopraffazione, al bullismo, alle terre dei veleni, alla violenza sulle donne, alle mille forme di mafia, ai depistaggi, all’antimafia di comodo. lI modo migliore per onorare la sua memoria non è soltanto ricordare, ma rinnovare ogni giorno l’impegno nella ricerca di quella verità per cui ha dato la vita. Noi cittadini abbiamo il dovere di non abbassare lo sguardo, di continuare a cercare risposte, di sostenere ogni sforzo teso a far luce su ciò che ancora resta nascosto. Perché la memoria, se non è azione giornaliera, impegno coerente, testimonianza autentica rischia di diventare solo ritualeLa testimonianza di Paolo Borsellino vive in chi crede nella giustizia, nella legalità e nella libertà. Oggi, a 34 anni dalla Strage di via D'Amelio, ricordiamo Paolo Borsellino, un uomo che ha sacrificato la sua vita per la giustizia, per l'Italia. Il suo esempio continua a vivere in chi ogni giorno combatte per un'Italia più giusta, libera dalle mafie, dal malaffare, dalla paura.Non c'è libertà senza giustizia, non c' è Stato senza legalità. Ai tanti magistrati onestialle forze dell'ordine che hanno scelto il coraggio dobbiamo gratitudine e rispetto. Paolo Borsellino vive con una promessa semplice che può fare ognuno di noi: nessuna tregua alle mafie.

Leo Nodari