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DIPASQUALEMANOLAOgni volta che si riapre il dibattito sulla legge elettorale, torna puntualmente una domanda:

Le posizioni sono spesso contrapposte e, come accade nei temi più delicati della democrazia, entrambe contengono elementi di verità.

Chi sostiene il voto di preferenza parte da un principio fondamentale: in una democrazia devono essere i cittadini, e non soltanto i partiti, a scegliere chi li rappresenterà nelle istituzioni. La preferenza rafforza il rapporto tra eletto ed elettore, responsabilizza il candidato verso il territorio, valorizza il merito, l’impegno e la credibilità personale. Riduce, inoltre, il potere delle segreterie politiche nella formazione delle assemblee elettive, restituendo ai cittadini una parte importante della sovranità nella scelta dei propri rappresentanti.

Chi, invece, propone liste bloccate o sistemi senza preferenze evidenzia rischi altrettanto reali. La competizione tra candidati dello stesso partito può aumentare i costi delle campagne elettorali, favorire la personalizzazione della politica, alimentare dinamiche clientelari e, nei casi più gravi, fenomeni di voto di scambio. Si sostiene inoltre che una competizione interna eccessiva possa indebolire la coesione delle forze politiche.

Sono obiezioni che meritano rispetto. Tuttavia, sarebbe un errore attribuire al solo sistema delle preferenze responsabilità che appartengono soprattutto alla qualità della politica e delle sue regole. Il clientelismo, la corruzione e il voto di scambio non nascono dalla preferenza, ma dalla debolezza dei controlli, dall’assenza di trasparenza e da una cultura politica che, quando degenera, trova comunque il modo di manifestarsi. Eliminare le preferenze non elimina automaticamente questi fenomeni: significa piuttosto trasferire il potere di scelta dagli elettori agli apparati dei partiti.

Ed è proprio qui che emerge un tema spesso dimenticato. L’Italia continua a non avere una legge organica che disciplini in modo compiuto la vita democratica dei partiti politici, nonostante l’articolo 49 della Costituzione riconosca ai cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La nostra Costituzione richiama esplicitamente il metodo democratico, ma questo principio non ha ancora trovato una disciplina generale che garantisca procedure trasparenti nella selezione della classe dirigente, delle candidature e delle decisioni interne. Di fatto, mentre si discute se lasciare agli elettori il potere di scegliere i candidati, continua a mancare una regolamentazione della democrazia interna di chi quei candidati li seleziona.

Un’altra questione riguarda la rappresentanza delle donne. Si afferma spesso che il voto di preferenza penalizzi le candidature femminili perché favorirebbe reti di consenso storicamente costruite dagli uomini. È un tema reale, ma la risposta non può essere semplicistica. L’esperienza dimostra che non è la preferenza, di per sé, a ostacolare l’elezione delle donne. Quando i partiti investono realmente sulle candidature femminili e il sistema elettorale è accompagnato da strumenti come la doppia preferenza di genere o da efficaci misure di equilibrio nella composizione delle liste, la rappresentanza femminile cresce in modo significativo. Al contrario, anche le liste bloccate possono penalizzare le donne se la scelta dei candidati resta concentrata nelle mani di poche persone. Il problema, dunque, non è la preferenza, ma la qualità della selezione politica e la reale volontà di garantire pari opportunità, in coerenza con l’articolo 51 della Costituzione.

Il dibattito sulla legge elettorale, quindi, non dovrebbe limitarsi alla scelta tra preferenze e liste bloccate. La vera domanda è un’altra: quale modello di democrazia vogliamo costruire?
Una democrazia nella quale gli elettori partecipano realmente alla scelta dei propri rappresentanti, oppure una nella quale il momento decisivo si sposta all’interno delle segreterie dei partiti?

Personalmente ritengo che la partecipazione dei cittadini rappresenti un valore da preservare. Ma essa deve essere accompagnata da partiti realmente democratici, trasparenti, aperti al merito e capaci di selezionare la classe dirigente attraverso regole certe e condivise. Solo così il voto di preferenza può esprimere pienamente la sua funzione: non quella di alimentare competizioni personali, ma quella di rafforzare il legame tra cittadini e istituzioni, rendendo la rappresentanza più autorevole, più responsabile e più fedele allo spirito della nostra Costituzione

Perché la qualità della democrazia non dipende soltanto da come si vota. Dipende, soprattutto, da come vengono costruite le condizioni affinché ogni cittadino possa scegliere liberamente, ogni candidato possa competere ad armi pari e ogni partito sia realmente una comunità democratica e non soltanto un’organizzazione elettorale.

Manola Di Pasquale