Attualità

VIAGGI VAGABONDI 9 / NELLA NOTTE DEL GAMBIA

di ROBERTO CENTORAME

Dopo essere arrivato nel cuore della notte al punto di dogana tra il Senegal e la Gambia, aver atteso le prime ore del mattino per ottenere il visto, pagando 5.000 franchi africani (quasi 10 euro): finalmente passo la frontiera. Devo attraversare la Gambia, una piccola striscia di terra che divide il Senegal in due. Non appena alzano le sbarre della frontiera le macchine, i “furgoni-bus” ed i camion si lanciano in una corsa folle per arrivare primi in coda per il battello.

A questo punto era terminato il precedente racconto di questo viaggio africano “da Dakar a Ziguinchor ”, e più precisamente nel momento in cui una macchina, lanciata a folle velocità, ci tamponava violentemente lasciando me, gli altri cinque passeggeri e le due galline del “sette plus” in mezzo ad una strada.

E ora: come raggiungere Ziguinchor entro sera?

Gli altri mezzi sono tutti occupati. L’autista del “sette plus” ci dice che l’unica alternativa è raggiungere a piedi l’altra sponda del fiume: tre chilometri a piedi, zaino in spalla, sotto un sole che sfiora i 40 gradi. La calma africana, che fino a quel momento aveva accompagnato i disagi del mio viaggio, comincia a vacillare. Sono quasi le nove di mattina, sono trascorse 24 ore da quando sono atterrato a Dakar e se fossi riuscito ad imbarcarmi, a quest’ora sarei già nella ridente cittadina di Ziguinchor, tra la gente accogliente della regione del Casamass. E invece sono nel mezzo della Gambia, ad affrontare una situazione già di per se non semplice e resa ancor più difficile dalla lingua: io parlo inglese e portoghese mentre quasi tutti quelli che sono in viaggio verso il sud sono senegalesi e quindi parlano un incomprensibile dialetto o francese.

A questo punto solo la Provvidenza può venirmi in soccorso!

E la Provvvidenza si manifesta, un attimo dopo, con le spoglie di un uomo di circa settant’anni con la pelle bianca. Si chiama Francois, è francese ma parla inglese, e con sua moglie sta andando in un villaggio a 50 chilometri da Ziguinchor: “se il tuo bagaglio non è molto ingombrante puoi venire con noi, abbiamo un posto”. E così con il mio zaino, che non ingombra oltre il dovuto, trovo un provvidenziale passaggio. Alla guida della macchina c’è Saer, un simpatico ragazzo di Dakar. Francois mi racconta che è stato colonnello dell’esercito francese e nel 1964 fece la sua prima missione in Senegal, per 10 mesi. Poi negli anni è spesso tornato in questa terra “difficile ma semplice” e l’ha amata fino al punto che, due mesi fa, ha deciso di trasferirsi qui con sua moglie Anne, dopo che la loro unica figlia si è sposata con un italiano e vive a Milano. E così mentre loro prenderanno possesso per la prima volta della loro nuova casa di Kolda, io continuerò verso Ziguinchor.

Francois e Anne sono una bella coppia! Lui non ha perso lo spirito del curioso avveturiero mentre Anne credo abbia assecondato questa scelta con dolce pazienza, solo per Amore. E durante il viaggio non sono mancati momenti in cui ho letto nel suo sguardo, dolce, quella pazienza. Ci sono stati momenti in cui questa elegante signora, abituata agli agii della vita di Bordeaux, avrebbe avuto più di un motivo per avere quanto meno un sospiro di disagio. Invece sopportava gli accadimenti con una comprensione straordinaria.

Verso le 10 la colonna di macchine in fila comincia a muoversi. Percorriamo qualche centinaio di metri quando veniamo fermati ad un posto di blocco da due militari con assetto da guerra: mimetica, casco e fucile, ci chiedono passaporto, visto e la ragione del viaggio. Diamo le informazioni già date poco prima alla frontiera e riprendiamo la strada. Dopo pochissimi chilometri un altro “STOP: MILITARI”. Ci chiedono un altra volta documenti e ragione del viaggio ma aggiungono che dobbiamo pagare 2.000 franchi (circa 3 euro) a testa per il battello. Paghiamo e raggiungiamo il punto di imbarco. Sono circa le 11 e il sole è cocente. Restiamo in attesa. Un’attesa che dura più di 3 ore. Per ingannare il tempo ci sediamo all’ombra delle foglie di un grosso Baobab. Francois caccia un taccuino pieno zeppo di nomi, appunti e numeri di telefono. Lo sfoglia a caso e si ferma ogni volta su un nome, raccontandomi storie di personaggi interessanti. Chissà quante volte Anne avrà ascoltato quelle storie di uomini d’affari, consoli, Presidenti, ma nel suo sguardo c’è tanta amorevole pazienza.

Finalmente alle 2 di pomeriggio, quando il sole batte veramente forte e grondiamo di sudore, ci avviamo verso l’imbarco. Quando siamo a pochi metri dal battello, un militare col fucile spianato ci ferma e inizia a questionare sui documenti dell’auto. E’ chiaramente un pretesto che ha una soluzione facile e Francois la mette subito in atto: in mezzo ai fogli del “contestato” documento dell’auto inserisce una banconota da 5.000 franchi (10 euro). Come per magia i documenti diventano regolari. Stremati dalla lunga e assolata attesa, finalmente saliamo sul battello.

La traversata è breve: in pochi minuti raggiungiamo l’altra sponda del Gambia. Sbarchiamo e col cuore pieno di speranza iniziamo a viaggiare verso la meta ma, dopo pochi chilometri, siamo costretti a fermarci ad un altro posto di blocco. Cambiano i militari ma documenti ricihesti e domande sono le stesse. Il militare ci invita a scendere. Per le macchine che ci precedevano quel controllo si è risolto in pochi secondi, senza scendere. Il sospetto, che diventa presto certezza, è che il trattamento a noi riservato è dovuto al colore della nostra pelle bianca. Entriamo in uno stanzino dove dietro un tavolino c’è un militare annoiato. Scambia qualche veloce e incomprensilbile battuta con l’altro militare e poi inizia a visionare i nostri passaporti, che hanno tutto: visti, bolli e controbolli. Mentre fa finta di contollare I passaporti ci dice che bisogna pagare 5.000 franchi a testa. E’ evidente che quei soldi non vedranno mai le casse dello Stato della Gambia bensì le tasche del militare, ma opporsi ci porterebbe solo problemi. Io, Francois e Anne ci guardiamo e senza dirci una parola ci capiamo al volo e paghiamo. In macchina, poi, Francois sbotta contro quel “collega” figlio di… un sistema corrotto.

Riprendiamo la strada con la speranza che la nostra Via Crucis abbia meno tappe della Passione di Cristo, anzi speriamo, e quasi siamo convinti, che sia finalmente finita. E invece, fatti nemmeno 500 metri, un nuovo “STOP: POLIZIA”.

Non ci credo! Mi sembra la scena di “Non ci resta che piangere” con Troisi e Beigni sul carretto: “Quanti siete? Dove andate? Che portate? Un fiorino!”

Ma noi non siamo in un film e il militare ci invita a scendere ed entrare in ufficio. Stavolta non è vestito da guerra, con mimetica, casco e fucile spianato ma indossa una divisa blu e bianca più rassicurante. Ormai siamo preparati ma temo che la goccia faccia traboccare il vaso della pazienza di Francois. Spiego al militare che ci hanno già fermato un’infinità di volte ma, per fortuna, lui ci rassicura subito dicendoci che quello è il punto di dogana in cui termina la Gambia e ricomincia il Senegal: devono solo mettere un timbro di ingresso senza dover pagare… un fiorino!

Lasciata la Gambia alle spalle e rientrati in terra senegalese, dopo ore trascorse più fermi che in movimento, tiriamo un sospiro di sollievo: ormai meno di cento chilometri ci dividono dalla meta.

La strada è un rettilineo infinito. Una lunghissima striscia di asfalto dritta con ai bordi piccoli villaggi e gente che la percorre a piedi o con carretti trainati da asini. Il sole ha perso un pò del suo acceso bagliore, lentamente si sta spegnendo quando la macchina comincia a traballare. Ci fermiamo per capire cosa succede e troviamo subito la risposta: gomma forata.

Ruota di scorta? Niente. In Africa il posto della ruota di scorta è utile per metterci altro.

Non ci resta che proseguire piano ma per fortuna dopo pochissimi chilometri incontriamo un villaggio e proprio all’inizio, senza nemmeno dover chiedere indicazioni, un gommista.

Scendiamo e il brav’uomo, gentilmente, interrompe la riparazione della ruota di un carretto con l’asino attaccato e smonta la nostra gomma per iniziare la riparazione. Tempo mezz’ora e 2.000 franchi africani (circa 3 euro) e la ruota è aggiustata e rimontata.

Dopo 1 ora raggiungiamo Kolda e qui la mia strada si divide da quella di Francois e Anne. Io devo fare ancora 50 chilomentri per Ziguinchor ma da qui in avanti il viaggio non avrà altri imprevisti, salvo il fatto che il “sette plus” che prendo è un’auto ridotta talmente male che quelle dello sfasciacarrozze, al confronto, possono essere definite seminuove: oltre a polvere e terra dappertutto, i sedili tutti strappati, sul cruscotto un’infinità di viti e bulloni, certamente utili per riparazioni che non devono essere rare, la maniglia per aprire la porta è una corda, il vetro lato passeggero non c’è e anche dove poggio i piedi è rappezzato con un pezzo di lamiera attaccato alla bell’è meglio e c’è persino un buco dove vedo correre l’asfalto sotto i miei piedi… ma per fortuna, anche se a notte fonda, finalmente raggiungo Ziguinchor!

Domani si parte per la Guinea Bissau… e che Dio me la mandi buona!

P.S.

Mentre sto inviando questo racconto di viaggio ho già raggiunto Bissau. Avevo scattato le foto di Francois e Anne, dell’officina del gommista con i suoi “macchinari” africani ed altri scatti ma, ahime!!!!!!, ho perso il cellulare con tutte le foto, e non solo. Ieri sono andato anche alla radio di Bissau (l’unica e molto ascoltata) e faranno 10 passaggi di un mio “comunicado”, nella speranza che qualcuno mi restituisca il cellulare…ma ci vorrebbe un miracolo! Ma questa è un’altra storia…

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