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Rubrica saltuaria di satira mattutina

La pesca che “me fece veni la carie”, lo spezzatino di coniglio che fammattì, il maritozzo alla panna che “ero un bambino e manche ci arrivavo”, il panino con la porchetta che “quando la mangio divento un mezzo maiale pure io”, i sassi d’Abruzzo che “me metteve tutte su ‘mmocca”, il cocomero “croccante che me magno i semini”. Il tutto, esaltato da un “mummeggiare” costante, da ampi gesti della mano e dall’infinita piacevolezza di tutti quei rumori che a tavola fanno lo stesso effetto di una bestemmia in chiesa. Ogni volta che Guido Di Stefano posta un suo video, in qualche parte del mondo muore un galateo.
All’inizio, lo confessiamo, ci aveva incuriosito il fatto che un imprenditore di grande livello, erede di una famiglia che ha regalato all’Abruzzo una realtà imprenditoriale di assoluto prestigio quale il Maglificio Gran Sasso, si divertisse in rete divulgando video un po’ “fuori misura”. Aveva cominciato parlando con la cagnolina, poi raccontandoci della sua dieta, ma non avevamo compreso che, in realtà, il suo non era un divertimento fine a sé stesso, ma un preciso progetto, quello di diventare un personaggio. E non un personaggio qualsiasi, ma uno capace di richiamare migliaia di visualizzazioni, di scatenare centinaia di commenti. Cani e diete non funzionavano, serbiva altro: ed ecco fiorire maritozzi mangiati con la barba impannata o panini con la porchetta sbranati sbriciolando ovunque, fino a diventare un fenomeno virale, ma senza intuire che quel diventare personaggio passa attraverso la trasformazione di sé stessi in icona trash.
Come dire, parte dall'Abruzzo il Gianluca Vacchi della porchetta.
Che già scatena imitatori, come Carestia o Saturnino, ma che non intuisce quanto, a nostro avviso, questa esposizione pubblica non giovi alla sua immagine e a quella della nostra regione. Della sua, ovviamente, non ci interessa, ognuno è libero di fare quello che vuole, anche di farsi riprendere mentre ingoia un babà senza masticarlo, ma della nostra regione sì. Guido Di Stefano non è, non sarà e non potrà mai pensare di essere una “bandiera dei prodotti tipici locali”. Eppure, è lui stesso a dirlo, nella scheda biografica che manda in giro:
«L'eclettico industriale Guido Di Stefano, dopo aver partecipato a due edizioni del programma di Rai 2 "Boss in Incognito" all'interno del Maglificio Gran Sasso, da qualche tempo sta coltivando sui social la sua passione per la gastronomia e per i prodotti tipici locali riscuotendo un notevole interesse».
Dunque, secondo Guido Di Stefano, la sua sarebbe un’opera meritoria, che genera “notevole interesse”. E infatti, sempre nella sua autopresentazione spiega: «Ogni video viene visualizzato da migliaia di follower e centinaia di estimatori imitano scherzosamente il suo modo di degustare, che oltretutto genera grande ilarità. Il dott. Guido Di Stefano con la sua attività di imprenditore nel settore della maglieria porta avanti la tradizione del prodotto made in Italy sinonimo di affidabilità e buon gusto in tutto il mondo».
Ecco, buon gusto è la parola giusta.
«Nel tempo libero mi piace scoprire e far conoscere profumi e sapori della tradizione italiana perché ritengo che il cibo abbia un forte potere narrativo e aggregante» spiega e aggiunge: «I suoi video, diventati ormai virali sulla rete, sono visibili sulla sua pagina Instagram con numerose richieste di partecipazione ad eventi e manifestazioni gastronomiche».
Insomma, ormai Guido Di Stefano si candida ad entrare definitivamente nel gotha dei personaggi della rete, al pari di “Saluta Antonio” e di “er faina”, e già viene invitato ad eventi e manifestazioni in attesa, chissà, di ritrovarcelo magari un giorno seduto vicino a Tina Cipollari.
E’ vero, i video di Guido Di Stefano “fanno i numeri” in rete, ma l’essere personaggio virale non significa essere positivamente popolare, lo dimostrano le 500mila visualizzazioni di un impacciato ragazzotto che scoreggia.
Con una certa facilità, Di Stefano avrebbe potuto fare di questa sua improvvisa passione per il web, un vero e proprio strumento di affermazione di sé stesso e del territorio, anche giocando coi sapori e i saperi, ma senza scivolare nelle logiche del trash. Avrebbe avuto meno follower e nessun imitatore, forse, e di certo non l’avrebbero invitato a eventi e manifestazioni gastronomiche.
Però, in fondo, è nella natura dell’uomo cercare il suo quarto d’ora di notorietà. Anche se passa attraverso un arrosticino commentato parlando a bocca piena.

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