Nella sua “Introduzione storico artistica agli studi del piano regolatore della città di Teramo” (Teramo, Casa Editrice Tipografica Teramana, 1934-XII) Luigi Savorini faceva un’analisi della conformazione del suolo, su cui sorgeva Teramo, allo scopo di comprenderne appieno le vicende edilizie succedutesi attraverso i secoli. Alla confluenza di due ampie fiumare, la Vezzola, più che un fiume un torrente, a settentrione, e il Tordino, un fiume d'acqua perenne, a mezzodì, si estendeva un pianoro, attorno alle cui ripe si era venuta formando una zona più bassa di terreno dovuta alle alluvioni e alle frane e tenuta attualmente ad orti assai ben coltivati. Il pianoro aveva forma di un triangolo isoscele, con la base ad occidente, e non più largo di 700 metri, là dove propriamente incominciava la città, ossia all'imbocco del Corso di San Giorgio. Andava poi gradatamente restringendosi, tanto che al piazzale della Madonna delle Grazie misurava soltanto 120 metri. Terminava infine dietro il convento dei Minori Osservanti in forma rotondeggiante. Qui giravano le mura dell'antica Interamnia, delle quali erano apparse recentemente non dubbie vestigia. Al di sotto di questo vertice si estendeva il Camposanto Vecchio ed il terreno continuava oltre, quasi in piano, sino al punto preciso della confluenza e sarebbe continuata forse ancora lentamente nei secoli, se era vero che i confluenti dei fiumi avanzavano come le loro foci. Per questa particolare conformazione del suo suolo, anche la città di Teramo aveva forma triangolare. Vista dall'alto delle colline circostanti si presentava nella caratteristica forma di uno “strapizze”, un indumento femminile particolare della regione Abruzzo.
Il pianoro scendeva ad occidente da una zona che non si poteva dire più di montagna perchéera prevalentemente collinosa e si protendeva ad oriente, verso il mare, da cui distava soli 25 chilometri. Si trovava dunque in un punto intermedio tra la marina e la montagna e mentre a levante non aveva che un solo unico sbocco al mare, lungo la vallata del Tordino, a ponente, invece, varie strade venivano a sboccare da opposte bande nell'ampio piazzale che le accoglieva: nel mezzo la strada di Montorio, che portava al Gran Sasso d'Italia e a Roma, quella di Torricella che allacciava Teramo con i paesi del gruppo dei Monti della Laga. Ai bordi, la bella strada per Ascoli da una parte e quella per Penne dall'altra, strada, quest’ultima, detta un tempo la Viscerale, perchéadduceva alle parti più interne dellaprovincia, nel secondo circondario.
Il suolo su cui sorgeva Teramo si protendeva da occidente ad oriente per oltre un chilometro, infatti dall'ingresso di S. Giorgio sino a Porta Reale il Corso era lungo 937 metri e, comprendendovi il tratto sino alla Madonna delle Grazie, si avevano metri 1157, ossia più di un chilometro. Teramo, dunque, era più lunga che larga e tale sarebbe sempre a causa dei corsi d’acqua che la fiancheggiavano, a meno che la città non si fosse estesa un giorno anche al di là della Vezzola, alle falde delle amene Coste di Sant'Agostino, tanto esposte al sole. I teramani di oggi sanno che questa ipotesi di Savorini si è ampiamente avverata e la città si è davvero estesa ben al di là della Vezzola.
Savorini faceva un'altra osservazione: Teramo non era tormentata da quelle accidentalità di terreno che rendevano faticose o addirittura impervie tante sue consorelle abruzzesi. A prima vista, si presentava in una planimetria quasi perfetta, con grande agevolezza nel passare da un punto all'altro, per le vie ampie e belle, che lo sarebbero state ancora di più se in qualche punto rettificate e più curate. Tuttavia non mancavano dislivelli: il forestiero ed anche il cittadino non abituato a tante osservazioni non avvertiva che il suolo su cui posava Teramo era un piano inclinato. Nessuno, andando da Porta Reale a Porta S. Giorgio, si accorgeva di salire, eppure, per quanto insensibile ed inavvertita, la differenza di livello tra i due punti estremi della città era rilevante. All'ingresso di S. Giorgio la quota era di 274 metri, a Porta Reale di 255, con una differenza dunque di più che 18 metri. L'altezza di 265 metri che le guide e i trattati geografici attribuivano a Teramo era quella presa nel mezzo della città, ossia nella piazza centrale.
Il pianoro non era inclinato come sarebbe stato un perfetto tavoliere, vi erano dei rialzi e degli avvallamenti notevolissimi. Il lato meridionale della cittàdegradava, per sua costituzione naturale, in una specie di scaglione, per il quale, attraverso varie strade piuttosto ripide, si scendeva al Corso di Porta Romana, che si trovava a quasi otto metri al di sotto della piazza centrale. Altre differenze di livello si avevano alla Cittadella e alla Montagnola. La piazza della Cittadella, aperta disordinatamente sulle rovine dell'antica fortezza, era ad un livello di m. 2,60 sul piano della piazza centrale, rispetto alla quale la Montagnola tra le case Ciotti ed Urbani si elevava soltanto di m. 1,88, ma poiché le strade che la fiancheggiavano s'avvallavano sensibilmente, appariva forse come il punto più eminente della città, tanto che, di fronte alla Chiesa di Santo Spirito veniva a trovarsi ad un'altezza di 12 metri. La sua origine sembrava dovuta alla naturale costituzione del suolo, un conglomerato breccioso compatto, e pareva essere la parte più alta e terminale di tutto il ciglione che, a cominciare dalla Cittadella, attraverso l’Episcopio, la Cattedrale e il Seminario, costeggiava l’antico fossato, detto poi Via del Fosso, che era stato riempito.
Queste erano, secondo Savorini, le linee generali e le caratteristiche speciali del suolo su cui poggiava la città di Teramo. Per quanto poi riguardava il sottosuolo, esso era breccioso e di carattere alluvionale. Ad una profondità variabile, secondo i diversi punti della città, si trovava la falda d'acqua che alimentava i pozzi dai quali gli abitanti attingevano l’acqua da bere, prima della conduttura. L’ultima osservazione che faceva Savorini era che Teramo, posta tra due fiumi, su di un terreno breccioso, e tra i brecciai dei greti che la fiancheggiavano, non aveva subito danni dai terremoti, neppure da quelli tanto disastrosi per gli Abruzzi del 1703 e del 1915. I teramani di oggi sanno che anche i più recenti terremoti, che hanno demolito L’Aquila e l’aquilano, hanno sostanzialmente risparmiato Teramo, anche se, a vederla oggi, sommersa da impalcature dopo anni dal terremoto, la città dà l’impressione di aver subito più danni dell’Aquila.
Elso Simone Serpentini