×

Avviso

Non ci sono cétégorie

640x360.jpgUna volta erano le squadracce, gente in camicia nera cui prudevano le mani e rimbombava il cervello. Forti di protezioni eccellenti e di una quasi certa impunità, potevano fare il comodo loro per reprimere con la violenza i dissidenti dal potere; il loro stile era fatto di intimidazioni e spedizioni punitive.
Chissà perché, ogni volta che leggo le infamie dei leoni da tastiera, mi tornano in mente tali fastidiosissimi e angoscianti scherani: temerari col manganello, custodi (in randello) di virtù da osteria, artefici sublimi del nulla elevato a prepotenza. Mettete Facebook al posto del manganello, disponete la stupidità al posto dell’osteria, inserite la tetraggine al posto del nulla, e il risultato sarà lo stesso.
Alcuni giorni fa, il direttore di questo sito, Antonio D’Amore, ha usato l’arma dell’ironia e la pedina della denuncia per proteggere sé e il suo lavoro dal vituperio dell’offesa e dalla vigliaccheria della denigrazione. Eh sì, siamo arrivati a questo, perché anche nelle pieghe e piaghe della nostra modesta realtà, si preferisce inveire piuttosto che confrontarsi; è più facile gettare un presunto discredito anziché affrontare il dibattito; più comodo seminare calunnia invece che guardare in faccia chi non la pensa come sé. Non sto a chiedermi il perché; le ragioni non interessano, preoccupano gli esiti, appunto. È però urticante il senso di superiorità che promana dalle parole e dall’atteggiamento di costoro, così come è irritante la presunzione di sfacciata impunità che ci tocca ingoiare. Si proclamano nel giusto e questo può bastare. Difendono la causa, e stop; difendono l’appartenenza, e questo è tutto; difendono il personaggio pubblico di riferimento, e questo è lecito (per loro). Insomma, si professano d’altra pasta e opposta appartenenza, ma sono esattamente uguali a chi li ha preceduti, nello stile e nei modi. Certo, se la nostra classe dirigente ha bisogno di difensori così, stiamo proprio messi male.  E questo in un contesto sociale innegabilmente difficile, fatto di depauperamento, di inaridimento giovanile, di chiusura di prospettive, di povertà civile e democratica, di diritti concessi come favori, di desolazione. Un contesto che perde la speranza. Anzi la lascia solo a chi qui viene per trovare un’altra vita.
Un salto di qualità anche nel confronto e nel dibattito pubblico, sarebbe quanto mai necessario. E proprio chi detiene il potere dovrebbe favorire tale sviluppo, tale crescita anche intellettuale e non trincerarsi malaccortamente dietro teste d’ariete in realtà flosce e deprimenti.
Il parallelismo è immaginario, però qualcosa nelle modalità intimidatorie, aggressive, intolleranti di chi usa le opportunità della rete per fare giustizia a modo proprio, suona uguale a quelle dei camerati. La camicia non sarà più nera ma il muso protervo, il manganello intimidatorio, gli avvisi diretti, sono sempre quelli: “Chi deve capire, capisca”.
AMLETO