
C'era una volta, nel cuore di Teramo, un simbolo discreto eppure potente, che scandiva il passo e la memoria di generazioni intere. Un luogo, più che un oggetto, che rispondeva a un nome semplice e carico di fascino: il Due di Coppe. Non un semplice punto di riferimento, ma un vero e proprio abbraccio architettonico che salutava chi risaliva il Corso San Giorgio, là dove la vitalità della città si apriva, quasi con un sospiro, alla grandezza di Piazza Garibaldi. Oggi, i più giovani, immersi in una Teramo che corre e si trasforma senza sosta, ne conoscono a malapena il nome, forse un'eco lontana, un frammento di storie raccontate sottovoce dagli avi. Sanno solo, vagamente, che si trattava di due colonne severe ed eleganti, poste a guardia di quel crocevia, come sentinelle di un tempo che non tornerà. Ma il ricordo, si sa, è un fiume che scorre e che, col tempo, scava nuovi alvei, lasciando i vecchi a prosciugarsi. E così, ogni tanto, riaffiorano domande, quasi lamenti sommessi: quando erano state costruite? E perché, un giorno, furono rimosse? E, soprattutto, quelle due coppe che le ornavano, vere e proprie corone di pietra, che fine hanno fatto? Queste domande non sono nuove. Già nel lontano 22 gennaio 1991, Clem Cimini, con la sua indimenticabile trasmissione "Era Teramo" su Verde TV, si addentrava in questa ricerca, come un archeologo della memoria cittadina. E, con la sua inconfondibile pacatezza e il suo acume, ci portava a scoprire un segreto custodito nel cuore verde della città: le due coppe, orfane delle loro colonne, riposavano, seminascoste, nella quiete della Villa Comunale. Quante persone, oggi, sanno che sono ancora lì, testimoni silenziose di un'eleganza perduta, avvolte da una patina di oblio e muschio? Quel servizio di Cimini era un monito, un appello a non dimenticare. E, a distanza di decenni, quel monito sembra risuonare ancora più forte. Negli ultimi anni, si moltiplicano le voci, le suggestioni, quasi un sussurro collettivo che invoca un ritorno. "E se rimettessimo le due colonne e le due coppe al loro posto?", si sente dire. Fantasia? Utopia, forse. Perché la Teramo di oggi non è più quella di allora. Piazza Garibaldi è stata stravolta, ridisegnata, ripensata. E quelle due coppe, anche se tornassero a specchiarsi nell'aria, farebbero fatica a ritrovare la loro anima in un contesto così mutato. Sarebbe un'operazione nostalgica, certo, ma forse non restituirebbe l'incanto perduto. Resta la malinconia di un tempo in cui la bellezza era anche nella sobrietà di due semplici colonne, un tempo in cui il "Due di Coppe" era un riferimento non solo fisico, ma emotivo. Un tempo in cui Teramo si raccontava attraverso questi dettagli, prima che il progresso, a volte implacabile, ne cancellasse le tracce più care. Osserviamo le coppe nella Villa, e forse, per un istante, possiamo ancora sentire il respiro di quella Teramo che, anche se non c'è più, vive in ogni nostra domanda, in ogni nostra rievocazione.
ELSO SIMONE SERPENTINI

