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colleatterratosfollatiQuand’è che una casa “smette” di essere casa? Quand’è che quello spazio delle emozioni e dei ricordi, quello scrigno delle sensazioni, che chiamiamo casa, perde il suo essere “nostro”? La risposta è banale, ma vedrete che nella storia che stiamo per raccontarvi, assumerà una valenza tutta nuova. Che va oltre la nostra stessa percezione del tempo.
E il tempo, vedrete, è il vero protagonista di questa storia.
Tutto comincia un pugno di giorni fa, quando il commissario dell’Ater di Teramo, Nicola Salini, viene chiamato da una signora, una delle inquiline “sfrattate” dal terremoto, una teramana che come tanti altri sogna di poter tornare a casa. A casa sua. Ed è proprio per questo che chiama il presidente Salini: per una casa, ma non la sua, quella di un altro teramano sfollato, che sta male. Molto male. Di uno di quei mali che ti concedono il “lusso” amaro di poter salutare gli affetti. Ecco, di questo si trattava, di voler salutare un affetto lontano ma mai perduto: la casa. Al presidente dell’Ater, quel teramano sfollato, malato ormai terminale, ormai intrasportabile, ha chiesto solo questo: «Visto che non potrò mai più tornare a casa da vivo e che non potrò neanche più vederla da lontano, la prego presidente mi ci faccia tornare una volta almeno da morto..». E così è stato: il presidente dell’Ater ha fatto in modo che, pur con tutte le cautele del caso, il funerale arrivasse fino alle case inagibili di Colleatterrato, dove il corteo funebre si è fermato proprio davanti al palazzo dello scomparso, perché potesse salutare casa sua.

ASCOLTA IL RACCONTO DI NICOLA SALINI

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