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FONTAMARA

Lo stile aggressivo, e non sempre limpido e lucido, adottato fin dal principio dall’Abruzzo Circuito Spettacoli ha dato dei frutti grazie alle indiscutibili capacità degli organizzatori,  ma ha creato molte antipatie a questa importante realtà culturale abruzzese che, alla lunga, creerà dei problemi alla loro programmazione. Nel frattempo godiamoci il presente che, tra tante ciofeche, e spettacoli di scarto presentati insieme alla Riccitelli, questa sera presenta uno degli spettacoli più bello in scena in Abruzzo, certamente il più bello tra quelli presentati a Teramo quest’anno. Uno spettacolo assolutamente da vedere, da gustare, da assaporare dalla prima all’ultima battuta, Fontamara, uno dei pochi romanzi moderni che abbia un carattere autentico di racconto popolare, o meglio, di favola comica. Narra episodi del 1929 eppure è attualissimo. Lo spettacolo, come il romanzo ha spesso il tono di fiaba, assumendo però nel contesto un aspetto epico. Vengono descritti luoghi che rievocano in realtà l’infanzia pescinese dello scrittore e narrate vicende di umili contadini, i “cafoni”, coloro che lavorano la terra per sopravvivere, che parlano solo in dialetto, che si sforzano di estinguere i debiti e si sentono ricchi se possiedono un mulo. Dunque proprio loro sono in rivolta contro i “potenti”, i cittadini che cambiano il mondo, per un corso d’acqua deviato che irrigava le loro campagne. In un universo contadino dove le ingiustizie vengono sempre  subite passivamente, la rivendicazione dell’acqua è definita in un certo qual modo “un fatto strano”.  “Fontamara” è rappresentato in Italia da numerose compagnie. In scena a Teramo è la più bella, quella del Teatro Lanciavicchio. Altra realtà abruzzese che ha avuto dei problemi ma di altra natura, imponendosi con la qualità della proposta e non con l’amicizia di qualche sindaco di montagna a fine mandato (per fortuna). Il “Teatro Lanciavicchio” è una compagnia teatrale costituita da registi, attori e tecnici di varia formazione e provenienza artistica, che produce spettacoli promuovendo progetti di educazione alle arti dello spettacolo privilegiando i territori della memoria in relazione con il presente. Nello spettacolo in scena questa sera ,alle ore 21, per la Stagione di Teatro Off (ottima) programmata al Teatro comunale di Teramo da Acs-Abruzzo Circuito Spettacolo cinque attori danno voce a un mondo, a un paese, ai suoi abitanti e pure ai loro carnefici. Raccontano – quasi fosse un’opera sinfonica a più voci – la storia di Fontamara, dei Fontamaresi, di Berardo Viola e di Elvira. Le voci dei “cafoni” protagonisti si accavallano con quelle dei personaggi minori: un mondo si affolla sul palcoscenico attraverso una partitura ferrea, un’alternanza di presenze e testimonianze. Perché di testimoni si sta parlando: quasi fossimo di fronte a un giudice, o forse al Giudizio Universale, sono tutti chiamati a ricostruire quei giorni osceni pieni di vergogna violenza e disumano accanimento sui più indifesi. Mano a mano che l’intreccio di sviluppa, prendono corpo le storie dei Fontamaresi e degli abusi dei poteri forti ai loro danni. Più l’ombra incombente del fascismo che si sposa con gli interessi dei latifondisti. E insieme, la storia dei due protagonisti assenti, Berardo ed Elvira: in mezzo a questo concertato di voci, solo le loro mancano. Berardo ed Elvira esistono solo nel ricordo degli altri. Eppure, qui, sono tutti fantasmi. A parte un unico sopravvissuto: il figlio di Giuvà e Matalè. Solo lui si è salvato. Da lui parte il racconto: se fossimo davvero di fronte a un tribunale, lui sarebbe il supertestimone, quello da proteggere, quello da cui dipende la riuscita o meno del processo. Lui evoca tutti i fantasmi, e i fantasmi si presentano e – a loro volta – i fantasmi ne generano altri e altri e altri ancora. Fino alla fine. Fino alla strage. Fino al genocidio. Perché di genocidio si tratta. Fontamara è un romanzo spietato. Del resto Silone non lascia trasparire mai la pietà per la situazione miserrima dei cafoni, che pure vivono  in condizioni disumane, vengono imbrogliati, sbeffeggiati, sfruttati, violentati uccisi, ma l’autore tira avanti dritto nella sua strada narrativa, senza indugiare un momento in considerazioni  sul loro dolore, in descrizioni della loro afflizione. Malgrado quello che accade ai fontamaresi, Silone non è mai indulgente con loro, con i loro difetti, le loro meschinità dettate dall’ignoranza e dalla miseria. Una delle  forze del romanzo è proprio questa assenza di indulgenza da parte dell’autore, questa scelta di sradicare ogni forma di pietà dalla narrazione di una storia cosi terribile, quella spietatezza nella cronaca di fatti duri, cruenti, immorali che ci accompagna all’ ineluttabile destino di morte è il solo modo di raccontare una società che per affermarsi ha bisogno di calpestare i più deboli, di sfruttare gli ultimi, di sbeffeggiare l’ingenuità. L’ assenza di commozione è la strada  che intraprende  Silone per commuovere, per  commuoverci… ‘farci muovere verso’…E muovere qualcuno e far muovere qualcosa attraverso l’arte in un momento storico di coscienze assopite come quello che ha vissuto Silone, era un grande obiettivo. A lui è riuscito, e riesce ancora a quasi un secolo di distanza. Uno spettacolo assolutamente da vedere.

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