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di ANTONIO D'AMORE   Non lo so. Non lo so, se sia o meno il momento delle polemiche. Delle responsabilità. Delle colpe. So benissimo, però, che non è di quello che abbiamo bisogno. Lo faremo, certo, e magari una volta tanto si scoprirà che qualcuno ha sbagliato, e che quel qualcuno pagherà. Ma non abbiamo bisogno di questo. Abbiamo bisogno di una prospettiva. Non di un processo all'avvenuto, ma di un progetto per l'avvenire. Il terremoto prima, e la nevicata storica poi, sono stati il colpo di grazia e il sudario di una città ormai stremata. Già colpita dalla fine di un'idea (in realtà sempre rimasta embrionale) di sviluppo industriale, poi svuotata da quelle (pur pochissime) rappresentanze istituzionali/statali (caserme, uffici etc etc), infine piagata e piegata dalla morte di un sistema bancario, sul quale l'economia locale si reggeva più di quanto credesse, Teramo vive di certo il momento più difficile della sua storia. Col commercio in agonia, il turismo inesistente, il terziario miniaturizzato, la città non riesce a dare forma ad una sua idea di ripresa. Non che sia facile, al contrario, la crisi è così diffusa dal rendere difficilissime anche ipotesi di "richiamo" di esperienze altrui. Insomma, non possiamo neanche copiare. 16244510_10210408312878467_971452742_nLa classe politica, non vale neanche la pena di ripeterlo, ha le sue - gravi - colpe, ma non maggiori di quelle che ha la popolazione che l'ha eletta e che, nel gioco antico dei capri espiatori, identifica nell'incapacità di chi dovrebbe l'alibi che giustifica l'incapacità di chi potrebbe. La colpa è di tutti. lo sappiamo, ma siamo abilissimi nel darne una lettura all'italiana, nel senso del "di tutti cioè di nessuno". E Teramo si spegne. Antica saggezza, però, pretende che ogni sciagura sia culla di una rinascita, che ogni momento negativo possa generare una reazione positiva. E se provassimo a crederlo? Se davvero, noi teramani, provassimo a pensare che dalle crepe del terremoto e dal freddo della neve possano germogliare i semi di una rinascita? Certo, non possiamo farlo da soli. Abbiamo bisogno di aiuto. Subito. Quell'aiuto, si chiama Zona Franca. Attenzione, però, non come quella che lo Stato ha concesso all'Aquila, o ai paesi colpiti dal terremoto dell'Emilia. Non di un generico sgravio fiscale con annessi aiuti alle piccole imprese abbiamo bisogno, ma di una zona franca vera, totale, come quella concessa ai territori "extradoganali", come quella che sogna la Sardegna. Una zona franca che liberi Teramo, per almeno cinque anni, dall'incubo dell'Iva, dall'attuale tassazione mortificante, dalla pressione fiscale insostenibile e che ci offra la possibilità di ripartire, di attrarre investimenti e flussi turistici, insediamenti industriali e nuovo commercio. Una zona franca che preveda investimenti veri, non aiuti limitati alle piccole imprese, ma possibilità di ripensare il territorio. Ricostruendo le scuole, riprogettando una diversa qualità del vivere urbano, rifondando quelle porzioni di città (penso all'area vecchio stadio - casa dello sport - collegio ventili - ex ospedale di Porta Romana), magari con l'aiuto di grandi nomi dell'architettura. Zona Franca Teramo, dunque, non solo come politica di sgravi, ma come laboratorio europeo di ripensamento di una città. Facciamo di Teramo e dei teramani il primo, vero, tentativo europeo di "rifondare" una città. Chi è disposto a provarci?