“Mentre quell’esercito se n`andava da una parte, quello di Ferdinando s`avvicinava dall`altra; aveva invaso il paese de’ Grigioni e la Valtellina; si disponeva a calar nel milanese. Oltre tutti i danni che si potevan temere da un tal passaggio, eran venuti espressi avvisi al tribunale della sanità, che in quell`esercito covasse la peste, della quale allora nelle truppe alemanne c`era sempre qualche sprazzo […]. ”1
Un uomo molto distinto: un bell'uomo, capelli bianchi, abbastanza alto, con un completo di lino blu, “stazzonato” come solo questo particolare tessuto riesce a essere, camicia bianca leggerissima. Con sé ha una cartella di cuoio marrone piena di cose, in particolare da leggere, e in più lingue: inglese e francese – il romanzo è in francese.
Quest'uomo è nato a New York (mica a Kathmandu) il 23 marzo 1950, ed è cittadino americano (mica di Canicattì); ma è uno di quegli uomini nati già vecchi e che di conseguenza, invecchiando, sembrano più giovani di quello che più non sono. È nato vecchio come tutti quelli che vengono alla luce avvolti dalla bambagia, che solo un mondo conoscono e che solo quel mondo riconoscono e credono esistente.
Questo ricco uomo di 73 anni,dentro questa bollente estate italiana, crede utile e umile prendere un treno per scendere al sud. È solo. Non ha accompagnatori. Si basta. Ha le sue cose da leggere, e un quadernetto dove continuare ad appuntare il suo diario con una preziosa penna stilografica, probabilmente un regalo a cui tiene particolarmente. Un uomo tutto occidentale. Ma il Suditalia è già mediorientale. Più arabo che italiano. Ma lui ha letto tanti libri. Scritto tanto. Conosciuto tanti uomini importanti.Sa stare ovunque con le sue carte di credito.
Con le sue cose, dentro il suo completo di lino blu, si siede al suo posto, che vede bello segnato sul biglietto, il suo posto vicino al finestrino. Ma intorno a lui si muove convulsa una nuvola di adolescenti che sprizzano ormoni da tutti i pori. Che tutti trasudano voglia di sesso. Tutti tatuati. Tutti con il berretto da baseball. Tutti con le cuffiette nelle orecchie che urlano a causa di quelle cuffiette nelle orecchie. Tutti con le scarpette da ginnastica che lui, l'uomo tutto occidentale, in vita sua avrà usato solo per l'ora di ginnastica al collegio svizzero, o al tennis club, o al golf club, o allo yacht club, ma che certamente non metterebbe mai per andare in treno a Foggia. Lui che insegna all'Università della Pennsylvania, eppure non sa “che per andare da Roma a Foggia si dovesse passare da Caserta e poi da Benevento” perché la geografia si studia sempre troppo poco, dentro qualsiasi scuola, e l’immaginazione poi mica si insegna, perché se ne avesse avuta in dono di immaginazione, ci poteva arrivare a capirlo che per andare da Roma a Foggia è probabile che si debba passare da Caserta, e poi da Benevento.
Ma di chi saranno figli questi ragazzini tutti uguali, che non riusciresti a distinguere neanche dai tatuaggi perché pure quelli si fanno tutti allo stesso modo, che sanno parlare solo di pallone e del sesso che vorrebbero fare una volta arrivati dove vogliono arrivare tutti dentro questa calda estate italiana, che sembrano figli tutti dello stesso padre e della stessa madre per quanto sono uguali? E chi saranno i figli di questo ricco signore occidentale? Quali traguardi avranno raggiunto? E quante cadute avranno già fatto senza manco sbucciarsi una volta le ginocchia?
Ho trovato invece straordinariamente vero, giusto, letterario, questo pezzo di Alain Elkann, pubblicato da la Repubblica il 23 luglio scorso, dal titolo Sul treno per Foggia con i giovani “lanzichenecchi”. Un ottimo racconto, scritto bene, breve, che arriva subito, uno specchio esatto nel ripeterci nel suo riflesso quello che siamo: siamo tutti idealmente saliti con lui su quel treno leggendolo, rivivendo sicuramente qualche esperienza analoga, questo è innegabile. Magari eravamo più sdruciti che stazzonati e non avevamo tutte quelle cose appresso, e non leggevamo testi in inglese e tanto meno in francese, o non leggevamo proprio. E non avevamo nessun diario da scrivere. Però, è innegabile che sia un ottimo racconto. E il racconto più è breve e più è riuscito. E che sia un buon racconto, fatto bene, pulito, illuminato bene, lo dimostra il cieco odio che ne è scaturitodalla sua lettura, sempre acritica, superficiale, sempre de panza, priva di qualsiasi analisi apprezzabile, come se a nessuno fosse mai accaduto di incontrare giovani maleducati in viaggio, o anche semplicemente andando a fare la spesa. Che magari si prendono a botteper un nonnulla– e ti minacciano pure se provi a farliragionare,per dividerli, affinché non si facciano male per davvero. Eh, sì, l'invidia pure, certo: è il sentimento più meschino.
Finalmente in questo paese c'è chi ha il coraggio bastante a scrivere quello che davvero vede e quello che davvero pensa vedendo quello che davvero vede senza cedere a sinistre mollezzebuoniste, perché davvero l'attuale adolescenza italiana è la più maleducata di sempre, la più digitalizzata ma anche la più ignorante. Basta farsi un giro per le scuole, a settembre, dove torneranno a rivolgersi ai docenti – molti dei quali, è vero, ripiegati all'insegnamento perché falliti nei personali piani A B e C, e D – senza il minimo rispetto per l'autorità del ruolo. Scuole adibite a dormitorio di notturne baraonde e umiliate a fare quello che le famiglie più non fanno, vale a dire educare i propri figli.
Eh sì, il bullismo basta chiudere le scuole per dimenticarlo. Che è estate, chissenefrega. Delle donne ragionate come prede pure chissenefrega, che è estate, che le scuole sono chiuse per bene, a più mandate. E catene e lucchetti stretti ai cancelli. Non sono mica questi che ubriacano drogano e poi violentano le donne. Non succede mica così che uno poi violenta le ragazze. Che poi va a finire che le pure ammazzano. Solo gli stranieri fanno certe cose. Che ne arrivano così tanti che non sanno più dove andarsi a mettere. Ma chissenefrega. E poi non è mica vero che sono così maleducati i nostri figli. Non è mica vero che fanno branco. Ma chissenefrega! Ch'è pure estate... E mica che... Che uno mo... Eh, no! Eh mo basta!
Almeno il rispetto dell'anziano signore tutto occidentale!, nemmeno questo.
Eh, che gioventù!, madonnina mia...
MASSIMO RIDOLFI
Ph.: Alain Elkann (in piedi) e suo figlio Lapo.