Il Teramano come area scelta per gestire un traffico di stupefacenti su larga scala, con basi operative lungo la costa e una rete capace di rifornire stabilmente il mercato locale. È questo uno dei passaggi centrali che emerge dalle motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna a 20 anni di reclusione per Umberto Schettino, napoletano e residente all’epoca a Corropoli, indicato come figura di vertice di un’organizzazione criminale finita al centro della maxi inchiesta del 2018 coordinata dalla Dda dell’Aquila. Secondo quanto ricostruito nell’indagine, esponenti di clan camorristici avrebbero scelto da tempo la provincia di Teramo come territorio privilegiato per l’espansione dei traffici, puntando in particolare sulla fascia costiera. Nel quadro delineato dagli investigatori, infatti, Alba Adriatica e Martinsicuro vengono indicate come basi operative del gruppo: punti di riferimento logistici e commerciali nei quali far confluire e poi distribuire le partite di droga destinate alle piazze di spaccio locali. La rete criminale, secondo l’impianto accusatorio, poteva contare su arrivi regolari – anche settimanali – di ingenti quantitativi provenienti da Napoli, sufficienti a garantire un rifornimento continuo non solo alla costa teramana ma anche a quella marchigiana. Un traffico che si sarebbe retto su una struttura organizzativa definita e collaudata, con ruoli suddivisi tra i sodali, utilizzo di “staffette” per segnalare eventuali controlli e frequente sostituzione dei telefoni per eludere le indagini. Tra i luoghi citati nelle motivazioni, particolare rilievo assume Corropoli, dove Schettino risiedeva all’epoca dei fatti e dove, secondo la ricostruzione, sarebbe stato individuato uno dei punti di detenzione comune di armi e stupefacenti, dopo una fase precedente che aveva visto come riferimento un altro luogo fuori provincia. Nel Teramano, quindi, l’organizzazione non avrebbe soltanto commercializzato droga, ma avrebbe anche predisposto asset logistici utili a sostenere l’attività criminale nel tempo. L’inchiesta aveva inoltre evidenziato un sistema alimentato da più contatti e alleanze: oltre al ruolo di ambienti camorristici, gli investigatori avevano ricostruito la presenza di collaborazioni con soggetti legati alla malavita albanese e a famiglie rom, in un contesto nel quale la costa teramana sarebbe diventata punto d’incontro tra fornitori, intermediari e distribuzione.Nel corso delle attività investigative e dell’operazione dei carabinieri di Teramo erano stati effettuati sequestri complessivi pari a due chili di cocaina e quattro chili di hashish, quantitativi ritenuti indicativi di un traffico strutturato e non episodico.

