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A Teramo la scuola Savini non riparte. Da anni. Da troppi anni. E quando una città aspetta una scuola dal sisma 2016 e si ritrova ancora con un cantiere fantasma, la domanda è sempre la stessa: perché? Una domanda rimasta senza risposta, fino a quando una risposta è arrivata, e l’ha data il Comune, proprio a certastampa, facendoci scrivere; «LAVORI FERMI ALLA SCUOLA MEDIA SAVINI: C'E' IL BLOCCO ANAC, CANTIERE RIMANDATO, TEMPI LUNGHI ANCHE PER IL BANDO DEL MUNICIPIO?».
Risposta comoda, quasi salvifica: è colpa dell’Anac.
Il Comune non sarebbe responsabile, anzi: sarebbe “vittima”. Ostaggio. E l’Autorità anticorruzione, in questo racconto, diventa il grande tappo burocratico che blocca tutto. Peccato che l’Anac abbia deciso di parlare. E quando lo fa, non lo fa con i “si dice”, non lo fa con gli sfoghi, non lo fa con le conferenze stampa. Lo fa con la cosa che più terrorizza chi ama raccontare fumo: gli atti, anzi; con una lettera autografa del Presidente Busia. 
Risultato: il Comune di Teramo è stato solennemente sbugiardato. 
A rivelare la verità degli atti, è stato il consigliere regionale Paolo Gatti, con un video su Intagram, in cui svela il documento Anac e ventila la possibilità che la gara debba essere rifatta da capo. Nero su bianco, l’Anac scrive che il dilatarsi dei tempi e le criticità riscontrate non sono in alcun modo ascrivibili al controllo preventivo. Traduzione per chi ama le scorciatoie: non provate a darci la colpa. E non solo. La nota dell’Autorità è un rovesciamento completo della narrazione: laddove il Comune e il sindaco parlano di verifiche “lunghe”, di stallo imposto dall’Anac, l’Anac risponde con un dato che è una frustata: il riscontro è stato trasmesso entro 13 giorni lavorativi.
Tredici giorni.
Non tre mesi.
Non sei mesi.
Non un anno.
Tredici giorni.
A questo punto la domanda è inevitabile: se l’Anac ha risposto in 13 giorni, chi ha rallentato davvero?
E qui arriva la parte più umiliante, perché è tutta contenuta in una data: 6 giugno 2025. È il giorno in cui il Comune ha avviato una procedura negoziata semplificata (neanche un bando pubblico, per capirci), con criterio del minor prezzo. Procedura che, scrive l’Anac, allo stato non è ancora conclusa.
 Quindi ricapitoliamo:
l’Autorità anticorruzione risponde in 13 giorni lavorativi;
il Comune, su una procedura snella, dopo mesi non ha ancora chiuso.
Eppure il racconto venduto in piazza è che il problema sarebbe l’Anac.
È un copione vecchio. E anche un po’ vigliacco.
Quando le cose non funzionano, si cerca un “mostro” tecnico da additare: il ministero, la burocrazia, Roma, l’Autorità. Ma stavolta il mostro ha risposto. E ha detto: guardate che qui non è colpa nostra. C’è un passaggio ancora più grave nella nota: l’Anac spiega che, già nella fase di indizione, il Comune ha scelto di andare avanti senza aspettare il parere preventivo, che avrebbe potuto intercettare e risolvere una criticità (quella sulla “sede legale”). Quindi: non solo non c’è stato un blocco, ma l’ente ha perfino deciso di non usare fino in fondo lo strumento che può evitare guai dopo. E allora smettiamola con questa sceneggiata. Perché il vero problema non è l’Anac. Il vero problema è la cultura politica dello scaricabarile. Dire che la colpa è dell’Anac significa una cosa soltanto: non avere il coraggio di dire ai teramani la verità. E la verità è semplice, anche se brucia: la macchina comunale non è riuscita a portare a termine un iter che doveva essere prioritario. E invece di assumersi la responsabilità, qualcuno ha provato a costruire un alibi. 
Peccato che l’alibi sia crollato.
E qui il punto diventa politico, non tecnico. Perché se un sindaco dice “siamo vittime di questo rallentamento dettato dalle verifiche” e l’Autorità replica “non è vero, noi abbiamo risposto subito, il ritardo è altrove”, allora non siamo davanti a un equivoco. Siamo davanti a una strategia comunicativa: spostare l’attenzione. Ma la Savini non è una pratica. Non è un faldone. Non è un tema da propaganda. È una scuola. È una ferita aperta. È il simbolo di cosa significa per una città vivere dieci anni di ricostruzione senza vedere il traguardo.
Ecco perché questa storia è gravissima: perché non riguarda solo i lavori. Riguarda la credibilità.
Ora il Comune ha due strade.
La prima è continuare a raccontare che la colpa è sempre di qualcun altro: dell’Anac, delle verifiche, del destino cinico e baro.
 La seconda è la più difficile: chiedere scusa e spiegare. Dire con chiarezza perché la procedura partita il 6 giugno 2025 non è chiusa. Chi ha firmato cosa. Dove si è inceppato l’ingranaggio. E quando, esattamente, Teramo vedrà finalmente il cantiere aprire.
Ma soprattutto smetterla di trasformare l’anticorruzione in un nemico. Perché l’Anac non è un ostacolo: è un controllo. Il paradosso è che, tentando di usare l’Anac come scudo, il Comune ha ottenuto l’effetto opposto: si è esposto.
E oggi, per Teramo, resta un fatto:
la scuola Savini è ferma,
la città aspetta,
e l’unica cosa che si muove davvero è il rimpallo delle colpe.
Finché qualcuno, nero su bianco, non ha detto basta.