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Ci sono fotografie che non fermano un istante: lo riaprono. Come una porta socchiusa sul passato, come un corridoio che riporta dritti dentro una stagione che, a Teramo, non è stata soltanto politica. È stata identità. È stata sensazione collettiva di essere “diversi e migliori”, di poter contare davvero. È accaduto stasera, a tavola, da “Condito”, dove – in un’atmosfera da ritrovo tra amici e protagonisti – si è ricomposta la Giunta del sindaco Gianni Chiodi, a distanza di vent’anni. L’ex sindaco era a capotavola e attorno a lui, uno dopo l’altro, i volti di quella che fu la squadra simbolo di un’epoca: quella del cosiddetto “modello Teramo”, stagione irripetibile nella storia della Teramo repubblicana. E va detto con chiarezza: non è un giudizio politico. È un dato di testimonianza storica. Chi c’era lo ricorda e chi non c’era ne ha respirato per anni i riflessi. In quella fase Teramo seppe vincere limiti antichi, a partire dalla sua distanza – geografica e psicologica – dal resto dell’Abruzzo. Fu un tempo in cui la città smise di sentirsi periferia e si riconobbe, invece, possibile guida. Protagonista. Tanto che in quella foto di oggi – in quell’immagine di convivialità e di ricordi – si intravede anche l’eco di un’altra stagione: quella della Giunta Regionale definita “teramana”, per la massiccia presenza di eletti aprutini in ruoli chiave. Un riflesso lungo di quel protagonismo che, per un tratto, fece pensare a un Abruzzo diverso, con Teramo capace di indicare direzioni e aprire scenari. A tavola, stasera, c’erano i protagonisti di quella squadra: Giorgio Di Giovangiacomo, Raimondo Micheli, Berardo Rabbuffo, Paolo Gatti, Maurizio Brucchi, Mauro Di Dalmazio, Enrico Mazzarelli, Massimo Vitelli, Fernando Cantagalli, Bruno Cipollone e Claudio Di Bartolomeo. Tutti insieme, attorno allo stesso tavolo. E in un attimo – guardando lo scatto – sembra di essere tornati a uno dei “conclavi” che quella Giunta rese abituali: riunioni serrate, confronti lunghi, discussioni che spesso non si chiudevano con un comunicato ma con un’idea, una linea, una visione. Anche allora, molte decisioni nascevano così: non nel frastuono del giorno per giorno, ma nell’intimità del ragionamento. Chissà se anche stasera, tra un arrosticino e una bruschetta, si sarà parlato solo del passato o se – inevitabilmente – si sarà finiti per scivolare sul futuro. Perché certe compagnie hanno un destino: quando si ritrovano, anche solo per una cena, la politica torna a sedersi con loro, silenziosa, tra i piatti e le battute, tra le memorie e le domande. Ma questa foto non racconta soltanto ciò che c’è. Racconta anche ciò che manca. E in quel “mancare”, si sente il peso di vent’anni passati in fretta, lasciando ricordi solidi e qualche vuoto che continua a fare rumore sottotraccia. Perché in questa immagine sembrano assenti Massimo Di Alessandro, Lino Silvino e Giandonato Morra. Eppure, forse, è solo un’impressione. O forse no. Perché a guardare bene, dentro certe foto, accade una cosa strana: i presenti sono seduti sulle sedie, ma gli assenti siedono nella memoria. E allora viene da pensare che sì: in fondo, anche loro c’erano. Non fisicamente. Ma nel modo in cui si stringe una stagione e nel modo in cui si pronunciano certi nomi. Nel modo in cui una città, per un istante, torna a guardarsi allo specchio e a riconoscere la propria storia. Stasera, da “Condito”, non è stata soltanto una cena. È stata una fotografia che ha riacceso una visione.