Certe date non passano. Restano lì, ferme, come un chiodo nella memoria collettiva. Il 18 gennaio 2017 è una di quelle: una giornata d’inverno spezzata da quattro scosse ravvicinate, nel cuore di un Appennino già piegato dal sisma del 24 agosto 2016. Oggi è il18 gennaio: e nove anni dopo, il calendario, con la sua coincidenza quasi crudele, riporta la mente a quella giornata che per l’Abruzzo e per l’Italia intera fu una prova estrema, fatta di paura, isolamento e lutto.
Le scosse arrivarono in sequenza, una dopo l’altra, come colpi di martello che non lasciavano il tempo di respirare. Un territorio già ferito tornò a tremare, mentre la gente cercava riparo, si riversava in strada, provava a mettersi in salvo in un clima di gelo. Ma ciò che rese quel giorno ancora più drammatico fu la tempesta di neve: nevicate eccezionali che imbiancarono e chiusero i paesi, cancellarono le strade, interruppero collegamenti e linee elettriche, lasciando interi borghi isolati per ore, talvolta per giorni. Il terremoto si intrecciò così con l’emergenza meteo, complicando ogni intervento, rallentando i soccorsi, rendendo più vulnerabili comunità che già vivevano in una condizione di precarietà.
Nel pomeriggio, infine, la tragedia di Rigopiano: la slavina che travolse l’hotel trasformò definitivamente quella domenica in una ferita indelebile. Ventinove vite spezzate in un colpo solo, e un Paese intero davanti alla televisione, incredulo, sospeso tra speranza e disperazione, mentre le ore scorrevano e il tempo diventava nemico.
A nove anni di distanza, il ricordo non è soltanto un esercizio della memoria, né un doveroso minuto di silenzio. È anche, come sottolinea il Commissario Straordinario al sisma 2016 Guido Castelli, un richiamo alla responsabilità: “Il ricordo di quanto accaduto non è solo un atto di rispetto verso le vittime e le loro famiglie, ma un richiamo costante alla responsabilità e al dovere che ci impone di rafforzare la sicurezza, ridurre le fragilità dei territori e tradurre le lezioni apprese in scelte concrete per dare un nuovo futuro alle comunità abruzzesi”.
Da quel 18 gennaio 2017, infatti, l’Abruzzo non ha solo contato danni e ricominciato a mettere in piedi case e scuole: ha anche dovuto interrogarsi su come vivere in sicurezza in un’area sismica, come affrontare emergenze multiple, come ricostruire senza perdere pezzi di comunità. Ed è qui che entrano i numeri della ricostruzione: cifre fredde, certo, ma che raccontano cantieri, impalcature, porte riaperte, famiglie che rientrano.
Secondo i dati aggiornati al 15 gennaio 2026, citati dallo stesso Castelli, in Abruzzo le domande per la ricostruzione privata presentate sono 6.328, mentre quelle concesse risultano 4.937. L’importo richiesto supera 1,8 miliardi di euro, mentre le risorse concesse ammontano a oltre 887 milioni. Di questi, 540 milioni sono già stati liquidati, “trasformandosi in cantieri e interventi reali”. Oggi sono 998 i cantieri in corso e 2.161 quelli conclusi: numeri che mostrano un percorso ancora complesso, ma avanzato, con una ricostruzione che continua a prendere forma, pur tra ostacoli burocratici e difficoltà tecniche.
Il 2026, inoltre, è destinato a segnare un’ulteriore accelerazione soprattutto sul fronte pubblico. Per l’Abruzzo sono previsti complessivamente 688 interventi, con un importo programmato di 774,7 milioni di euro. La Cabina di coordinamento dello scorso dicembre ha approvato il nuovo Piano di ricostruzione delle opere pubbliche della Regione Abruzzo: 50 milioni per 36 interventi distribuiti in tutte le province. A questi fondi si aggiungono altri 32,6 milioni destinati ad ulteriori opere, per un impegno complessivo che supera gli 82 milioni.
È in questo intreccio tra memoria e futuro che il 18 gennaio torna ogni anno a bussare. Non solo per ricordare le scosse, la neve, Rigopiano. Ma per chiedere a tutti – istituzioni, tecnici, comunità – di non abbassare la guardia. Perché l’Appennino centrale non è un luogo “dopo” il sisma: è un luogo che vive con la consapevolezza del rischio, e che deve trasformare quella consapevolezza in prevenzione, sicurezza, manutenzione, cultura del territorio.
E così, se è vero che nove anni fa era domenica come oggi, è altrettanto vero che la distanza di tempo non rende più lieve ciò che accadde. Può però rendere più chiara la direzione: ricordare, sì, ma soprattutto costruire. Con cantieri aperti, opere realizzate, case e scuole che tornano a vivere. E con la promessa che quella domenica del 2017 non resti soltanto una data di dolore, ma anche la radice di una ricostruzione più concreta e diffusa, capace di restituire fiducia e futuro alle comunità abruzzesi.

