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teatroromanoLa recente scoperta a Fano della reale collocazione della Basilica di Vitruvio, emersa durante lavori di rifacimento della piazza sovrastante e capace di smentire consolidate teorie ottocentesche, riapre una riflessione più ampia sul peso che ricostruzioni errate possono avere avuto sulla storia urbanistica delle città italiane.

Un caso emblematico sarebbe quello di Teramo, dove per decenni si è inseguita l’ipotesi dell’esistenza di un teatro romano in un’area che, secondo alcuni studiosi critici, non ha mai restituito riscontri archeologici concreti. Una teoria attribuita allo storico dilettante Savini, le cui conclusioni, prive di solide basi scientifiche, avrebbero però orientato pesantemente scelte urbanistiche e demolizioni.

Secondo questa ricostruzione, Teramo avrebbe sacrificato un intero quartiere medievale – probabilmente uno dei nuclei storici più autentici della città – alla ricerca di un manufatto mai esistito. Un processo che non si sarebbe fermato lì: numerosi monumenti cittadini sarebbero stati alterati o demoliti anche nel secondo dopoguerra, spesso con l’avallo della Soprintendenza, nel tentativo di adattare la città alle teorie saviniane.

Tra gli esempi citati figura il Duomo, risultato dell’unificazione di due cattedrali preesistenti – una più antica e una più recente – in un’unica struttura atipica, caratterizzata da due navate contrapposte confluenti in un solo abside, con un’ulteriore navata al posto del transetto. Una soluzione architettonica considerata da alcuni studiosi un unicum disorganico, frutto più di un’ideologia che di una reale esigenza storico-artistica.

Nel mirino anche la scomparsa della chiesa di San Francesco (oggi Sant’Antonio) e della sua corte, ritenuta un complesso di grande pregio, paragonabile per importanza a realtà come Ascoli Piceno.

Il tema si intreccia anche con l’attualità. A chi ipotizza una riqualificazione urbana di Largo Melatini, viene fatto notare che la creazione di una vera piazza passerebbe, coerentemente, dalla rimozione del loggiato ACI progettato dall’ingegner De Albentiis, considerato una pregevole reinterpretazione del Portico degli Innocenti di Brunelleschi. Paradossalmente, anche quel loggiato sarebbe stato finanziato dallo stesso Savini per eliminare una piazza esistente e trasformarla in strada, riducendo la presenza popolare sotto le finestre del proprio palazzo.

A completare il quadro, emergono riferimenti ai rapporti tra Savini e Felice Barnabei, grande archeologo abruzzese attivo a Pompei e figura centrale dell’archeologia nazionale, che avrebbe ottenuto il seggio parlamentare ad Atri anche grazie al sostegno dello stesso Savini, a discapito dello storico atriano Luigi Sorricchio. Un intreccio tra politica, archeologia e rivalità territoriali che avrebbe alimentato l’esigenza di attribuire a Teramo un’antichità superiore rispetto ai centri vicini.

In definitiva, la vicenda solleva una questione più ampia: quanto le narrazioni non suffragate da prove scientifiche abbiano inciso sul destino urbanistico e identitario di Teramo, trasformando ipotesi fragili in dogmi e lasciando in eredità una città profondamente segnata da scelte irreversibili.

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