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WhatsApp_Image_2026-01-31_at_16.19.53_1.jpegWhatsApp_Image_2026-01-31_at_16.19.53.jpegPHOTO-2026-01-31-16-59-00.jpgDonaldofu«Don Aldino è ancora vivo. Il suo corpo sarà portato al camposanto e non al cimitero, ripeto: al camposanto e non al cimitero, perché la vita non si conclude con la morte». Con queste parole il vescovo ha voluto aprire il rito funebre di Don Aldino Tomassetti, officiato anche dal vescovo emerito monsignor Gianfranco De Luca, e concelebrato da più di venti sacerdoti, per offrire una chiave di lettura profondamente spirituale nel giorno dell’ultimo saluto, richiamando il senso cristiano dell’esistenza e della speranza che va oltre il tempo terreno. Un messaggio che ha risuonato con forza durante la celebrazione, trasformando il momento del commiato in un’occasione di riflessione sulla fede e sul significato ultimo della vita. Il riferimento al “camposanto”, luogo consacrato e carico di simbolismo, sottolinea la dimensione della resurrezione e dell’attesa, in contrasto con una visione puramente materiale della morte. Il vescovo ha voluto così ricordare come l’eredità di don Aldino non si esaurisca con la fine della sua vita terrena, ma continui a vivere nelle persone che ha incontrato, nelle comunità che ha servito e nei segni concreti del suo ministero. La chiesa di Maria Santissima Assunta.a Tortoreto era piena, di gente e autorità (la consigliera regionale Marilena Rossi, una rappresentanza della giunta di Tortoreto) , tanto da rendere necessaria l'apertira delle porte, per consentire ai fedeli rimasti fiuroi di seguire la celebrazione. Ovunque, volti tristi, silenzi, mani intrecciate, occhi lucidi. La sua gente. Quella gente che don Aldino Tomassetti aveva incontrato, accompagnato, ascoltato, consolato lungo una vita interamente donata agli altri. Oggi pomeriggio, la comunità si è stretta nel dolore per l’ultimo saluto a un sacerdote che non è stato soltanto un parroco, ma un padre, un amico, una presenza sicura nei momenti di luce e in quelli più bui. Don Aldino si è spento a 83 anni nella casa del clero di Fermo, che lo aveva accolto negli ultimi anni segnati dalla malattia. Una sofferenza vissuta in silenzio, con quella discrezione che ha sempre caratterizzato il suo stile: poche parole, tanto cuore. «Grazie... a nome di tutta la tua comunità». La vicesindaca Arianna Del Sordo, anche a nome delle comunità di Tortoreto, Crognaleto, Teramo e Mosciano, ha raccontato commossa di quanto don Aldino fosse "tortoretano", avendo portato con sé sempre il ricordo della città che per trent'anni lo vide parroco e che, un giorno, lo vide arrivare giovane sacerdote accolto da un altrettanto giovane vigile urbano, quel Domenico Piccioni che oggi è Sindaco. La Del Sordo ha ricordato la traccia profondissima lasciata nella gente di Tortoreto, non solo costruendo la chiesa nella quale è stato salutato, ma anche scandendo il tempo tra matrimoni e battesimi, comunioni e funerali, facendosi guida spirituale di un popolo intero. «La tua è una eredità di fede e di amore, quello che hai costruito non si perde, resta con noi e noi... il nostro grazie va a te, che ci hai fatti sentire amati, in ogni nostro cuore resterà per sempre una parte di te».
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Nato a Mosciano Sant’Angelo il 4 agosto 1942, ordinato sacerdote il 13 luglio 1969, aveva iniziato il suo cammino pastorale come parroco di San Salvatore in Crognaleto. Poi Castagneto, quindi la lunga e feconda stagione al Sacro Cuore di Tortoreto Lido, dove dal 1977 al 2007 ha costruito legami profondi, generazioni di fedeli, storie di fede intrecciate alla vita quotidiana. Trenta anni che restano impressi nella memoria di un’intera città. Successivamente, l’incarico nella Cattedrale di Teramo come parroco di Santa Maria Assunta, fino al 2021, quando è diventato parroco emerito. Ma il suo servizio non si è mai davvero fermato. Don Aldino è stato riferimento per movimenti ecclesiali, animatore instancabile, guida spirituale capace di parlare al cuore con semplicità e verità. Ha ricoperto numerosi incarichi di responsabilità nella diocesi: vicario foraneo, amministratore parrocchiale, commissario episcopale, canonico, direttore della Biblioteca Diocesana e dell’Archivio Storico. È stato anche insignito del titolo di Cappellano di Sua Santità. Titoli importanti, certo, ma chi lo ha conosciuto sa che ciò che più contava per lui era una sola cosa: essere prete. Un prete tra la gente. Un prete con l’odore delle sue pecore, come amava dire Papa Francesco. Sempre disponibile, sempre pronto ad aprire una porta, ad ascoltare una confessione fuori orario, a fermarsi dopo la messa per una parola di conforto. Ora quella voce si è spenta, ma resta l’eco di ciò che ha seminato. Resta nei sorrisi di chi ha accompagnato all’altare, nelle lacrime asciugate, nelle coscienze formate, nelle famiglie benedette.