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giornalismo_digital.jpgIl sistema dell’informazione in Italia sta attraversando una trasformazione profonda, che negli ultimi anni si è tradotta in una crisi strutturale della distribuzione cartacea e in un contemporaneo spostamento quasi totale della fruizione delle notizie verso il digitale. Un cambiamento evidente, certificato dai numeri, ma che ancora non trova una risposta coerente nelle politiche pubbliche. In poco più di vent’anni la rete delle edicole si è ridotta drasticamente: i punti vendita sono scesi di oltre il 40%, passando da circa 35mila a poco più di 20mila. Di questi, solo la metà può essere considerata “edicole pure”, dedicate esclusivamente ai prodotti editoriali. Parallelamente, il volume d’affari del settore è crollato: dal picco di oltre 4,5 miliardi di euro del 2005 si è scesi a poco più di un miliardo nel 2024, con una perdita complessiva di circa il 76%.

Tradotto nella vita quotidiana dei rivenditori, questo significa fatturati medi annui intorno ai 55mila euro. Con un aggio che si aggira attorno al 23%, il margine lordo per chi gestisce un’edicola è poco superiore ai 12.700 euro all’anno, circa mille euro lordi al mese, spesso a fronte di giornate lavorative di dodici-tredici ore. Una condizione economica che rende sempre meno sostenibile mantenere aperta un’attività. Il crollo delle edicole va di pari passo con quello dei lettori della carta stampata. In dieci anni i lettori dei quotidiani cartacei sono passati da oltre 18 milioni a meno di 9,5 milioni, quasi dimezzandosi. A comprare ancora il giornale sono soprattutto pensionati e persone sopra i 65 anni, in larga parte residenti in piccoli centri. Non a caso, circa due terzi dei comuni italiani non dispongono più di un rivenditore di quotidiani. Anche nelle grandi città la situazione è critica: a Roma, per esempio, le edicole sono diminuite da oltre 1.200 a circa 400-500, con molte attività a rischio chiusura.

Di fronte a questo scenario, il governo ha annunciato la volontà di confermare anche per il 2026 misure di sostegno alle edicole e alla filiera della distribuzione, riconoscendo a questi esercizi il ruolo di presidio culturale. Un segnale positivo, ma che rischia di essere parziale se non inserito in una visione più ampia. La grande contraddizione è evidente: l’informazione oggi vive quasi esclusivamente online. Siti web, testate digitali, social network e piattaforme multimediali sono diventati il luogo principale in cui i cittadini si informano. Eppure, la gran parte dei contributi pubblici continua a essere indirizzata verso giornali e televisioni, nazionali e locali, lasciando in secondo piano l’editoria digitale, che rappresenta ormai il cuore del sistema informativo. A questo si aggiunge un limite culturale che pesa quanto quello economico. Una parte della classe politica, spesso giovane anagraficamente ma legata a schemi superati, continua a ragionare come se la carta stampata fosse ancora il canale centrale per la diffusione delle notizie. È un presupposto smentito dalla realtà: oggi quasi nessuno, al di fuori di una ristretta fascia di lettori anziani, acquista con regolarità un quotidiano. Continuare a costruire politiche pubbliche partendo da questa convinzione significa investire risorse su un modello che non rappresenta più il presente, né tantomeno il futuro.

Se davvero si vuole difendere pluralismo, qualità dell’informazione e professionalità giornalistica, occorre un cambio di paradigma. I contributi pubblici dovrebbero essere orientati anche – e soprattutto – verso il digitale: sostegno alle testate online, incentivi all’innovazione tecnologica, finanziamenti per la formazione e per nuovi modelli editoriali sostenibili. Solo così sarà possibile accompagnare la transizione in atto senza impoverire ulteriormente il sistema.

Il futuro dell’informazione italiana non può basarsi su una difesa nostalgica della carta, ma su un investimento serio nelle competenze e nei contenuti digitali. È lì che si formano le opinioni, è lì che si informano i cittadini. Ed è lì che lo Stato dovrebbe guardare se vuole davvero sostenere il giornalismo.