
Dalla ricerca italiana arriva una possibile risposta per i pazienti che non trovano beneficio nei farmaci tradizionali contro la depressione. A Chieti prende il via una sperimentazione che valuterà l’uso della psilocibina, una sostanza psichedelica di origine naturale, come potenziale trattamento per le forme di depressione resistente. È la prima volta che in Italia una terapia psichedelica viene inserita in uno studio clinico autorizzato dall’Agenzia italiana del farmaco. Il progetto sarà condotto dalla Clinica psichiatrica dell’ospedale di Chieti, con il coinvolgimento dell’Università “Gabriele d’Annunzio” e il supporto di altri centri sanitari, tra cui la Asl Roma 5 e l’Azienda ospedaliero-universitaria “Ospedali riuniti” di Foggia. L’attenzione degli scienziati si concentra sugli effetti che la psilocibina esercita sul cervello: dopo l’assunzione, la molecola viene trasformata in psilocina, capace di interagire con i recettori della serotonina e di modulare circuiti neuronali legati all’umore, alla percezione e ai processi mentali. Studi internazionali hanno già indicato che poche somministrazioni possono produrre miglioramenti rapidi e duraturi nei sintomi depressivi, anche in persone che non rispondono alle terapie convenzionali. La ricerca, finanziata attraverso fondi del Pnrr e coordinata dall’Istituto superiore di sanità, avrà una durata di 24 mesi e coinvolgerà 68 pazienti. I ricercatori utilizzeranno strumenti avanzati di neuroimaging e neurofisiologia per osservare i cambiamenti cerebrali indotti dal trattamento, con l’obiettivo di individuare segnali biologici utili a personalizzare sempre di più le cure. Secondo i promotori dello studio, questa linea di indagine segna un cambiamento profondo nel modo di affrontare i disturbi dell’umore, aprendo la strada a terapie innovative e più mirate. Inoltre, verrà esplorata anche la possibilità di sviluppare versioni della molecola prive di effetti allucinogeni, mantenendo però l’efficacia terapeutica, così da rendere l’approccio più sicuro e facilmente applicabile nella pratica clinica. «Siamo di fronte a un cambio di paradigma sia scientifico sia culturale – sottolinea Giovanni Martinotti, professore ordinario di Psichiatria all’Università di Chieti – che ci permette di saperne di più sul potenziale antidepressivo della psilocibina e sulle sue modalità di azione. È una grande occasione forniteper la ricerca italiana e per migliorare le cure per la salute mentale. Queste conoscenze potranno rendere l’impiego delle nuove molecole ancora più sicuro, accettabile e accessibile per l’applicazione in ambito clinico».

