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Screenshot_2026-02-13_alle_06.02.47.pngTre milioni di euro di fatturato. No, non è l’invidiabile risultato di una media impresa italiana, né il soddisfacente bilancio di una società florida, ma il requisito minimo di partecipazione ad una gara d’appalto per la gestione di un asilo nido. Per la precisione: “tre milioni di euro nei migliori tre degli ultimi cinque anni”, quindi per poter aspirare alla gestione della scuola dell’infanzia non basta essere bravi educatori: bisogna essere anche molto ricchi e viaggiare su una media di fatturato mensile che sfiora i centomila euro. Numeri che non meraviglierebbero, se l’asilo fosse quello che ospita i figli dei divi a Beverly Hills o quello di Dubai col parcheggio riservato alla Maserati della mamme, ma visto che si tratta dell’asilo nido comunale di Silvi, comune abruzzese di 15mila anime, ultimo della provincia di Teramo ai confini con quella di Pescara, allora i numeri non solo meravigliano, ma stupiscono e, soprattutto, preoccupano le piccole cooperative locali che avrebbero voluto rispondere al bando e che, ovviamente, quei tre milioni non li fatturano forse neanche in quindici anni. Eppure, il bando per la “Gara comunitaria per l’affidamento in concessione del servizio educativo e della struttura adibita ad asilo nido nel Comune di Silvi”, mette nero su bianco un requisito che ha il sapore di una barriera all’ingresso: un fatturato minimo di oltre 3 milioni di euro, maturato nei migliori tre anni degli ultimi cinque. Numeri che non collimano, però, con tutti gli altri della gara, visto che la società che si assicurerà la gestione dell’asilo dovrà pagare un canone anno di 26mila euro. Annuo. Ma per avere la certezza di incassare quei poco più di 2mila euro mensili, il Comune pretende un fatturato da centomila. E non solo, perché a garanzia dell’impegno della società, il Comune pone le rette delle famiglie dei 50 bambini previsti, ovvero circa 180mila euro l’anno. Per essere più chiari: per aggiudicarsi un appalto da 180mila euro di incasso potenziale l’anno iva comperesa, che diventano 154mila una volta pagato il canone al Comune e 130 tolta l’Iva, la società deve dimostrare di incassarne quasi dieci volte di più. Insomma, deve aver fatturato 3 milioni in tre anni, per poter sperare di fatturarne 1,2 in sei anni. E non solo, perché il disciplinare è chiaro: senza quei numeri, non si entra nemmeno in gara. E poco importa che l’asilo abbia una capienza limitata, che il personale rappresenti la voce di costo principale o che il servizio richieda competenze educative più che potenza finanziaria. La selezione la fanno i bilanci, e a rendere il quadro ancora più sbilanciato è il modello di concessione scelto. Il concessionario assume integralmente il rischio operativo, compresa l’eventuale contrazione della domanda, senza alcun evidente meccanismo di riequilibrio economico da parte dell’ente pubblico. Formalmente, è tutto corretto, la gara è bandita (scadrà il 17 marzo), ma prima di parlare dei bambini, bisogna contare i milioni.
Ad'A