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E niente. Sotto il sole bianco e immobile di piazza Martiri, dove la luce sembra fermarsi sulle pietre come un respiro trattenuto, due ragazzi indiani giocavano a cricket. Non un campo vero, né divise, né pubblico. Solo uno spazio ritagliato tra i passi distratti dei passanti, una mazza consumata e una palla che rimbalzava con ostinazione contro il selciato antico. Eppure, in quel frammento di tempo, c’era tutto: la distanza da casa, la memoria, la leggerezza improvvisa di sentirsi ancora bambini. All’inizio qualcuno li guardava con curiosità, qualcun altro con quella distanza sottile che separa ciò che si conosce da ciò che resta estraneo. Ma poi accade qualcosa di impercettibile, la palla, lanciata con forza, sfugge al controllo e rotola verso un giovane italiano, che la raccoglie e rilancia con un gesto lento. Piazza Martiri, in un attimo, smette di essere solo uno spazio attraversato. Diviene luogo. Si fa incontro. E forse è proprio questo il punto: l’integrazione non accade quando le differenze scompaiono, ma quando smettono di essere un confine. Quando diventano un gioco da imparare, un gesto da imitare, una storia da ascoltare. Sotto quel sole straniero, su pietre che non avevano mai conosciuto il cricket, due ragazzi hanno portato qualcosa di loro. E la piazza, quasi senza accorgersene, ha iniziato a restituire. Non era più solo il loro gioco. È diventato, semplicemente, nostro. È tutto molto bello.

 

Nb. abbiamo riprodotto la scena con l'intelligenza artificiale, per rispettare la privacy dei due veri minorenni impeganti ieri nel gioco in piazza