C’è un nuovo sport nazionale che non prevede pallone, racchette o scarpe da ginnastica: l’aggregazione improvvisa. Un’attrazione irresistibile, una sorta di febbre stagionale che colpisce i Comuni come l’influenza a gennaio. Tutti a parlarsi addosso, tutti a immaginare fusioni, annessioni, matrimoni amministrativi celebrati senza pubblicazioni e, soprattutto, senza sapere bene chi paga il pranzo. In Abruzzo il fenomeno ha preso una piega quasi artistica. Mentre si impunta e riparte, si incaglia e si rilancia la proposta della Grande Pescara (con l’annessione di Montesilvano e Spoltore) c’è chi ipotizza di unire Atri, Pineto e Silvi in un unico grande corpo mistico-amministrativo, forse per nostalgia dell’Impero Romano o più banalmente per vedere “che effetto fa”. Poi, però, mentre il dibattito prende quota solo sulla stampa (e nelle chiacchierate dei sindaci) perché i cittadini per fortuna hanno ben altro a cui pensare, e qualche fantasioso cronista già immagina stemmi nuovi di zecca, arriva il colpo di scena: il sindaco di Silvi, Andrea Scordella, non sogna l’unione con i vicini, ma guarda oltreconfine e propone addirittura un referendum per migrare verso Pescara. Altro che fusione: qui si parla di fuga, con tanto di valigia pronta e indirizzo nuovo. Una scordellata improvvisa, che il Primo cittadino silvarolo affida alle cronache locali con tanto di previsione di referendum. Tanto, in Italia, referendum più, referendun meno… Nel frattempo, a qualche centinaio di chilometri di distanza, la realtà supera la fantasia. Isernia valuta seriamente di cambiare regione e traslocare in Abruzzo. Non per amore, pare, ma per disperazione logistica, economica o forse solo perché “di là sembra che vada un po’ meglio”. Sembra, appunto. Il bello è che tutto questo avviene sotto il nobile vessillo dell’“aggregazione”, parola elastica che oggi significa tutto e il contrario di tutto. Aggregarsi sì, ma con chi conviene. Uniti, purché non troppo. Insieme, ma solo se cambia il capoluogo, il bilancio o il destino. Più che un progetto territoriale, sembra una seduta collettiva di speed dating istituzionale: ci si guarda, ci si annusa, poi qualcuno scappa con il primo che passa. Forse è il segno dei tempi. I Comuni non vogliono più stare da soli, ma neppure davvero insieme. Vogliono scegliere, cambiare, provare. Come se i confini amministrativi fossero righe di matita, da cancellare quando non piacciono più. Peccato che, a differenza delle mappe immaginarie, qui ci siano cittadini veri, servizi reali e problemi che non si risolvono spostando una bandierina. Intanto, l’aggregazione dilaga. Domani chissà: qualche borgo potrebbe chiedere asilo politico in un’altra provincia, un lungomare potrebbe candidarsi a Comune autonomo e una rotatoria pretendere lo status di città metropolitana. In fondo, quando la voglia di unirsi diventa improvvisa e confusa, il rischio non è restare soli, ma perdersi tutti insieme.

