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C’è qualcosa di profondamente vigliacco — e insieme irresponsabile — nel gesto di chi taglia i cavi della ferrovia e poi scompare nell’ombra, lasciando dietro di sé chilometri di disagi, migliaia di viaggiatori bloccati e un sistema pubblico in ginocchio. Non è protesta, non è dimostrazione, non è rivendicazione: è sabotaggio puro, contro persone che non c’entrano nulla e contro un’infrastruttura che appartiene a tutti.

Il caso di Casalbordino, con la dorsale adriatica paralizzata per oltre tredici ore tra Pescara e Bari, è l’emblema di un fenomeno che inquieta. Un taglio netto ai cavi della linea elettrica, in un punto isolato e difficilmente accessibile, ha messo in crisi una delle principali arterie ferroviarie del Paese. Pendolari in ritardo, coincidenze saltate, lavoratori e studenti ostaggio di un gesto deliberato. Chi lo ha compiuto sapeva cosa stava facendo e dove colpire: non c’è improvvisazione in un’azione che richiede accessi superati, recinzioni oltrepassate e infrastrutture individuate con precisione. Ecco perché minimizzare o, peggio, ammantare di giustificazioni ideologiche questi atti è pericoloso. Il sabotaggio delle ferrovie non è una bravata né una “dimostrazione simbolica”: è un attacco diretto alla collettività, alla sicurezza dei trasporti e all’economia di territori già fragili. Bloccare la linea adriatica significa isolare intere comunità, rallentare merci e turismo, colpire chi ogni giorno dipende dal treno per lavorare o curarsi. C’è poi un altro aspetto, ancora più grave: il rischio. I cavi ferroviari non sono fili qualsiasi. Sono parte di sistemi elettrici e di segnalamento da cui dipende la sicurezza della circolazione. Manometterli significa esporre a pericolo reale passeggeri e personale ferroviario. Che non ci siano stati incidenti è solo una fortuna, non una garanzia. Le indagini diranno se dietro il gesto ci sia vandalismo organizzato, estremismo dimostrativo o altro. Ma già oggi una cosa è chiara: colpire infrastrutture pubbliche non è dissenso, è sopraffazione. Chi taglia quei cavi non sfida lo Stato: colpisce cittadini qualunque, famiglie, lavoratori. È un atto contro la comunità, non contro il potere. La risposta deve essere duplice. Da un lato investigativa e giudiziaria, perché sabotare ferrovie è reato grave e va perseguito con determinazione. Dall’altro culturale: rifiutare ogni narrazione che banalizzi o romanticizzi questi gesti. Non c’è nulla di eroico nel buio di una pineta, con una tronchese in mano e migliaia di persone bloccate a decine di chilometri di distanza.

La ferrovia è un bene comune. Chi la sabota, sabota tutti noi.

Elisabetta Di Carlo

foto: repertorio