×

Avviso

Non ci sono cétégorie

VoboiNel nostro ordinamento, i tribunali hanno sempre agito secondo un principio cardine: la valutazione prioritaria, se non esclusiva, dell’interesse morale e materiale del minore in sede di affidamento. È questo il criterio che ispira le decisioni nei procedimenti di separazione e divorzio, anche laddove si persegua l’obiettivo della bigenitorialità. I giudici soppesano le condizioni concrete, evitando di imporre modelli rigidi che rischino di turbare l’equilibrio dei figli.
Non è raro, però, che dietro la richiesta di un affidamento paritario da parte di uno dei genitori – spesso il padre – si celi l’intento di eludere l’obbligo del mantenimento economico, salvo poi disattendere gli impegni assunti. In questi casi, è la madre a ritrovarsi a sostenere in solitudine l’intero carico educativo ed economico, dovendo anche rivolgersi nuovamente al giudice per veder tutelati i propri diritti e quelli del figlio. Eppure, con il disegno di legge n. 832, presentato in Commissione Giustizia del Senato e attualmente in sede redigente – quindi con un iter accelerato – si propone una rivoluzione della normativa sull’affidamento, che rischia di stravolgere il diritto di famiglia italiano.

Bigenitorialità obbligatoria, non condivisa

Il DDL, promosso da senatori della maggioranza (primo firmatario Alberto Balboni, relatore Pierantonio Zanettin), mira a introdurre l’obbligo di affido paritetico con doppio domicilio, riducendo il giudice a una figura notarile, priva del potere di valutare l’interesse concreto del minore. L’articolo 337-ter del Codice civile verrebbe infatti modificato, togliendo al magistrato l’obbligo di adottare provvedimenti con esclusivo riferimento all’interesse del figlio.

Non più una valutazione ponderata del caso concreto, ma l’imposizione automatica di tempi paritari, spostamenti forzati da una casa all’altra e l’eliminazione del principio di residenza abituale. Con la conseguente destabilizzazione della vita dei bambini, anche molto piccoli, che rischiano di essere trasformati in “pacchi postali”, senza alcuna considerazione per le loro esigenze affettive, scolastiche o sociali.

Una legge pensata per gli adulti, non per i figli

Questa proposta di legge, già soprannominata “DDL Salomone” – in riferimento alla biblica decisione del re di dividere un bambino in due per comprendere quale madre lo amasse davvero – appare disegnata per soddisfare le esigenze di controllo e simmetria dei genitori, non quelle di stabilità e protezione dei figli. Le madri, in particolare, rischiano di essere schiacciate da un meccanismo che le penalizza economicamente e socialmente.

Un attacco al mantenimento e alla casa familiare

Il DDL prevede che entrambi i genitori provvedano al mantenimento in maniera paritetica, superando il criterio della proporzionalità rispetto al reddito. In concreto, questo significherebbe l’abolizione dell’assegno di mantenimento e l’imposizione di un modello irrealistico che ignora i dati Istat: in Italia le donne, soprattutto dopo la separazione, sono le più fragili economicamente.

Viene inoltre messo in discussione l’istituto dell’assegnazione della casa familiare, dimenticando che l’abitazione non è solo un tetto, ma il luogo simbolico e pratico della continuità affettiva per i figli.

Mediatori, coordinatori, spese doppie

Il DDL reintroduce anche l’obbligo di mediazione familiare, con il rischio concreto di raddoppiare i costi per le famiglie, senza garanzie di efficacia. Si affaccia anche la figura del “coordinatore genitoriale”, un esperto che affiancherebbe le parti nella gestione dei figli. Ma chi pagherà? E con quali poteri? Si apre il varco a un business sulla pelle dei minori, con un moltiplicarsi di figure esterne, senza che vi sia un reale controllo di qualità o imparzialità.

La grande assente: la violenza domestica

Ma ciò che desta maggiore allarme è l’assenza totale di riferimenti alla violenza domestica. Nessuna misura di protezione, nessun richiamo alla Convenzione di Istanbul – ratificata dall’Italia nel 2013 – che impone agli Stati di tener conto della violenza in sede di affidamento e visita. È come se il fenomeno non esistesse, ignorando che molte donne subiscono pressioni e abusi, anche economici, proprio nei contesti di separazione.

Conclusioni

La proposta di legge 832, nel tentativo di affermare una bigenitorialità ideale, ignora le complessità della vita reale. Trasforma un principio giusto in una gabbia normativa. Non tutela i figli, ma li espone al rischio di essere strumenti di rivalsa. Toglie potere ai giudici e, soprattutto, toglie voce ai bambini.

L’auspicio è che il Parlamento, nell’esame del testo, restituisca centralità all’interesse del minore, alla realtà concreta delle famiglie, alla protezione delle donne e alla necessità di soluzioni giuste e personalizzate, non automatismi.
MANOLA DI PASQUALE