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“Ecco le mie risposte alle vostre belle domande…” inizia così il nostro dialogo con Enrico Franceschini scrittore e giornalista, corrispondente per il quotidiano “la Repubblica” nelle sedi di Londra, New York, Washington, Mosca e Gerusalemme. La sua opera Vivere per scrivere è stata finalista al Premio Estense nel 2018. Tra i suoi libri: Londra Babilonia; Vinca il peggiore. La più bella partita di basket della mia vita ; L' uomo della Città Vecchia ; Vivere per scrivere. 40 romanzieri si raccontano ; Bassa marea ; A Londra con Sherlock Holmes.



Vive da diversi anni a Londra. Che cosa le manca dell'Italia?
"Per l'esattezza vivo a Londra da 17 anni e da ben 40 anni fuori dall'Italia, essendo passato da New York, Washington, Mosca e Gerusalemme prima di arrivare in Inghilterra. Torno spesso in Italia, o meglio ci tornavo spesso, prima del Covid, ma mi manca sempre, per quanto Londra mi piaccia e sia felice della vita che ho fatto in giro per il mondo. Mi manca la dolcezza del nostro paese: dolcezza della sua splendida natura e della sua splendida arte e architettura. Anche gli abitanti sono generalmente dolci, con qualche eccezione. Mi manca il cielo azzurro dell'estate italiana. Mi mancano i tetti rossi e il colore ocra delle case della mia Bologna. Mi mancano i vecchi amici, ma per quelli per  fortuna ci sono WhatsApp, Skype e ora anche Zoom".

La vita ha senso con la scrittura ? Confermiamo il titolo del suo libro “Vive per scrivere”?
"Scrivere consente di vivere più di una singola vita, di immaginare esistenze, situazioni, mondi differenti. Ma anche leggere consente tutto questo. Sono entrambe due attività che arricchiscono la vita. Io, certo, mi sento meglio quando scrivo. Dimentico ogni preoccupazione. Se ho mal di testa, mi passa meglio a scrivere che a prendere un'aspirina".

Il suo ultimo libro “A Londra con Sherlock Holmes” è anche un racconto di luoghi. Quanto sono importanti per lei i luoghi?
"Nei libri io mi fido della massima di Hemingway: scrivi di ciò che conosci. E così ho ambientato sempre i miei, di narrativa come di saggistica, in realtà che conoscevo da vicino. Per dieci anni sono passato tutte le mattine davanti alla 'casa' di Sherlock Holmes, ovvero al museo che la ricrea all'indirizzo citato nel primo romanzo in cui compare il detective con la pipa, 221b Baker Street: l'ispirazione a un viaggio letterario per Londra centrato su di lui è venuta da lì. Ma ho scritto libri ambientati in altri luoghi per me molto importanti: Mosca, Gerusalemme, New York. E Cesenatico".

Ha pubblicato per la Rizzoli un noir “Bassa Marea”, ma ha scritto anche saggi, tradotto le poesie di Bukowski…tra questi generi diversi di scrittura quale preferisce e perché?
"Preferisco il romanzo, perché puoi correre dove vuoi con la fantasia, ma è la forma più difficile. Però anche con i saggi, etichetta che non amo, troppo pomposa, preferisco la definizione inglese di non-fiction ossia non-narrrativa, mi sono divertito: per esempio in 'Avevo vent'anni' sono andato a cercare, trent'anni dopo, quaranta miei ex-compagni di università sparsi per l'Italia per sapere se i loro sogni di gioventù si erano o meno realizzati e quanto si sentivano cambiati. Poi ci siamo ritrovati tutti a Bologna. E' stato un bellissimo 'come eravamo'. Un progetto che potrebbe assegnare ai suoi studenti: ritrovarsi fra 30 anni a fare i conti, per iscritto, su come è andata la vita".

Giornalista di Repubblica , corrispondente dall’estero. Quanto c’è di Enrico Franceschini nel giornalista Andrea Muratori (detto Mura), protagonista di “Bassa Marea”?
"C'è un buon 90 per cento. Se Flaubert diceva 'Madame Bovary c'est moi', posso ben dire che Mura sono io, tranne che lui appena andato in pensione si è ritirato a vivere in un capanno sul porto canale di Cesenatico mentre io sono rimasto a Londra e continuo a collaborare con Repubblica. Una parte di me avrebbe preferito la  sua scelta. Scrivendo 'Bassa marea' mi è sembrato di farla almeno con l'immaginazione. Ed è stato anche un modo per fare continuare a vivere il mio ex-compagno di banco del liceo, un amico carissimo scomparso precocemente qualche anno fa: il medico della mia storia, l'unico che nel romanzo ho chiamato con il suo vero nome. Così possiamo continuare a scherzare e farci confidenze, come facevamo prima che se ne andasse".

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