Presentato a Teramo, Chieti e Pescara, il libro “Il presepe Abruzzese a Ottocento anni dalla rappresentazione di Penne”(ed. Il Viandante).
Abbiamo rivolto alcune domande a Enrico Di Carlo, queste le sue risposte.
Hai scritto "Il presepe Abruzzese" insieme a Mario Canci, con un contributo di Giacomo De Crecchio, prefazione di S. Em. Cardinale Angelo Comastri. Come nasce l'idea di scrivere un libro sul presepe?
Insieme al musicista Mario Canci avevo già scritto un libro sull’argomento, nel 2014. Si trattò di una prima ricerca sulla storia del presepe abruzzese, alla luce delle informazioni di cui eravamo allora a conoscenza. Dopo undici anni siamo voluti tornare sull’argomento, ampliando lo studio e offrendo al lettore nuove informazioni e il testo di un Oratorio per Soli, Coro e Orchestra, composto da Canci, che ambienta la nascita di Gesù tra le montagne abruzzesi, un po’ come aveva fatto Gabriele d’Annunzio, nel 1887, con La leggenda in terra d’Abruzzo.
Il primo presepe del meridione è quello di Penne, collegato a quello che San Francesco aveva allestito a Greccio nel 1223. Nel libro hai cercato fonti storiche ma sei andato anche a vedere i luoghi, è così?
Secondo la tradizione, due anni dopo il presepe di Greccio, un frate francescano, Agostino di Assisi, avrebbe rievocato la scena nelle campagne di Penne. Tradizione sì, ma “ben consolidata”, per usare l’espressione del francescano abruzzese DonatangeloLupinetti secondo il quale, appunto, il nostro presepe poggerebbe su solidi presupposti storici. Nel 1963 Lupinetti scriveva: «Nel 1225 era ospite di quel Convento il Beato Agostino da Assisi, uno dei compagni di S. Francesco che aveva assistito al famoso Natale di due anni prima nella montagna di Greccio, dove si costruì il primo presepio animato e realistico. Il B. Agostino, ricordandolo ai suoi confratelli di Penne, desiderò rinnovare anche in terra abruzzese quella sacra rappresentazione natalizia nel ricorrente Natale di quell’anno». Oltre alle fonti storiche, la ricerca è stata fatta sul campo, visitando quelle località dove ancora la tradizione continua, offrendo incredibili testimonianze. Penso alla produzione di statuine, a Pacentro, e agli allestimenti permanenti di Sulmona, Montorio al Vomano, Torricella Sicura e Atessa, per citare i principali. A proposito di Atessa, voglio ricordare che proprio dalla locale sezione dell’Associazione Italiana Amici del Presepio arriverà a Natale del 2026, il Presepio che verrà allestito in Piazza San Pietro, a Roma.
Il presepe abruzzese è diverso da quello napoletano?
Il presepe abruzzese non è quello napoletano. Nel nostro, i pastori con le loro greggi e i loro strumenti costruiti da mani nodose, non percorrono tratturi, ma strade polverose che conducono a Dio; non si assiste allo sfarzo di quello napoletano: ben più sobria è la realtà rappresentata. Qui i personaggi non sono allegri e scanzonati perché da sempre rappresentano il mondo contadino e pastorale, seppur povero, ricco nella espressione intensa di un vissuto carico di fede e religiosità, dedito a una quotidianità meno variegata di quella partenopea. L’Abruzzo dei presepi è certamente la regione di Ignazio Silone, Giovanni Titta Rosa, Mario Pomilio, e non quella di Gabriele d’Annunzio.
La figura femminile nel presepe abruzzese…
La figura della donna nella società del tempo ha comunque un ruolo non marginale, come dimostrano le tante statuine che ancora rappresentano i lavori tipici e le fatiche delle nostre donne. C’è un altro aspetto che non va trascurato: l’abbigliamento. Basti pensare allo scultore pacentrano Giuseppe Avolio, morto agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso. Si racconta che andasse spesso a Sulmona, nei giorni di mercato, per vedere gli abiti indossati da uomini e donne, e gli ornamenti, che poi riproduceva con arte finissima e attenzione al dettaglio. 
A proposito di D'Annunzio… è vero cheaveva raccolto una leggenda sul presepe?
D’Annunzio aveva ventiquattro anni quando pubblicò sulla “Tribuna”, “La leggenda in terra d’Abruzzo”. Si tratta, in realtà, di due storie raccolte dal demologo Antonio De Nino, dalla voce della gente peligna. Lo scrittore pescarese tolse - per così dire - la testa e la coda (più banali) e, senza citare la fonte, ripropose la leggenda sublimandola e facendola sua. Come la “Figlia di Iorio” è una storia senza tempo, qui è una storia senza luogo, e se non fosse per il titolo, non avremmo nessun riferimento all’Abruzzo. Ma è proprio tra le nostre montagne che d’Annunzio immagina la nascita di Gesù e la venuta dei Magi.
Hai definito il libro un viaggio dell'anima. Perché?
È un viaggio nella mia anima, perché quando penso al presepe ritorno bambino, ritorno ai primi allestimenti fatti stando vicino a mio padre. Ed è un viaggio nell’anima di questa Terra che, come ha scritto il cardinale Comastri nella Prefazione, si ritrova in queste tre parole: Umiltà, Semplicità e Bontà: «E l’umiltà e la semplicità e la bontà degli Abruzzesi è diventata un terreno fecondo per far nascere una meravigliosa tradizione del Presepe».
Enrico Di Carlo lavora nella Biblioteca dell’Università di Teramo. In qualità di giornalista pubblicista collabora con riviste di carattere culturale, èautore di monografie e saggi.
Tra le principali pubblicazioni: Gabriele D’Annunzio e la gastronomia abruzzese, D’Annunzio e Filippo De Titta. Carteggio(1880-1922); Gabriele D’Annunzio negli Abruzzi. Il poeta alla prima rappresentazione de La figlia di Iorio; Il medico poeta che scolpiva emozioni. Guido Giuliante:1912-1976.
ANNA BRANDIFERRO

