È stato presentato, nella Sala Annunziata via N. Palma, il libro di Giulia Paola Di Nicola “La figlia della spagnola. Romanzo storico di resilienza” (Arsenio edizioni, euro 14). Il giornalista Gino Mecca ha illustrato con grande chiarezza i temi trattati,
Abbiamo rivolto alcune domande all’autrice.
"La figlia della spagnola" , è un romanzo storico di resilienza. Puoi dirci di cosa si tratta?
E’ un romanzo, dunque è una ricostruzione fantastica ed è storico perché è situato geograficamente nel nostro Abruzzo, in particolare a Chieti, e storicamente perché ambientato nella prima metà del Novecento, sullo sfondo della prima guerra mondiale, dell’epidemia detta “spagnola”, della dittatura e della seconda guerra mondiale. Il destino si accanisce contro una giovane famiglia. Dopo la partenza papà, chiamato alle armi nel Nord Italia, la vita del figlio di appena un anno viene troncata dal morbo letale. Pochi mesi dopo, il papà stesso ne viene colpito, proprio quando la guerra sembra avviarsi alla fine. Inutile il faticoso viaggio della moglie, sola e incinta: suo marito sulla via del ritorno verso casa si ammala e muore. Dopo alcuni anni anche lei cade vittima della spagnola. Prima di morire, affida la figlioletta alla sorella che, a sua volta, sarà costretta a metterla in collegio. Il romanzo ha al suo centro questa bambina, capace di una sorprendente resilienza frutto di doti di natura, di circostanze colte al volo e della fede ricevuta e custodita dalla prima infanzia. La bimba crescerà sana, gioiosa e intraprendente e la vita le riserverà numerose sorprese.
Perché hai scelto di parlare dell'epidemia di spagnola e come hai raccolto il materiale?
L’ho scelto perché molti ne hanno subito le conseguenze e ne hanno sentito il racconto come è accaduto da me sin da piccola. Inoltre ho scritto il romanzo durante il Covid, che avvicinava il nostro tempo a quello della spagnola e che mi dava il tempo di lavorare con più agio.
Che rapporto hai con i personaggi ?
Molti racconti riguardano rapporti diretti con persone che non ci sono più; altri riguardano persone ancora viventi. Nello scrivere ho tenuto conto della loro sensibilità, ben sapendo che chi racconta interpreta, non fotografa la realtà. Ciò può comportare una specie di conflitto delle interpretazioni, nel senso che la persona di cui si tratta può non riconoscersi o addirittura sentirsi offesa. Bisogna muoversi tra dati oggettivi e immedesimazione nella reazioni altrui.
Docente universitaria di Sociologia, ma quanto c'è della sociologa nel romanzo?
Ho lavorato all’Università, dipartimento di sociologia, quindi ciò che ho scritto finora ha seguito il registro saggistico, come d’obbligo accademico. Ciò richiede una necessaria distanza dalla materia trattata, la pazienza della ricerca delle fonti, delle note… Ora che sono in pensione ho provato un grande piacere a scrivere, libera da vincoli di ogni tipo (concorsi, premi letterari, valutazioni benevole o critiche, tornaconto). Evidentemente però la propria formazione si riflette nella descrizione delle relazioni tra persone, con la famiglia, la società e la cultura dell’epoca, con le istituzioni.
Che cosa ti ha emozionato di più?
Tutto. Ogni pagina, ogni personaggio è una parte di me che viene rivissuta, sofferta, amata. Silone a chi gli chiedeva qualcosa sulla sua vita rispondeva: leggi i miei libri. I suoi racconti non erano in prima persona, ma tutto ciò che descriveva era parte del suo mondo e del suoi pensieri. Mantenendo le necessarie proporzioni, credo che sia lo stesso per chiunque scrive, anche se parla di cose mai viste. L'atto di scrivere l’ho vissuto come con un sentimento ‘sacro’ di gratitudine e di onore a quanti ci hanno preceduto, hanno sofferto e amato per consegnarci tutto ciò che erano e avevano. Grazie a loro possiamo godere di un certo benessere. Si può scrivere come fosse una preghiera.
Giulia Paola Di Nicola, già docente universitaria di Sociologia ed Etica Sociale, ha dedicato la sua attività di saggista ai grandi temi del rapporto tra individuo e società, della reciprocità uomo-donna, ad autori del Novecento(Simon Weil, Ignazio Silone, Paul Ricoeur, Emmanuel Mounier)e al confronto dialogico tra culture, relazioni interpersonali e spiritualità.
ANNA BRANDIFERRO

