Ottantuno anni fa le truppe sovietiche varcarono i cancelli di Auschwitz, liberando i superstiti e mostrando al mondo l’orrore della Shoah. Un orrore maturato nel tempo, alimentato dall’indifferenza di chi, negli anni precedenti, aveva scelto di voltarsi dall’altra parte davanti alle leggi razziali, alle persecuzioni, ai ghetti, alle deportazioni e alla progressiva disumanizzazione dell’altro.
Auschwitz rappresentò il punto di arrivo di un processo costruito con metodo, fondato sulla negazione sistematica della dignità umana e reso possibile anche dalla complicità silenziosa di chi preferì non vedere. Fu l’espressione di quella “banalità del male” descritta da Hannah Arendt, un male che non nasce da mostri, ma dall’adesione passiva, dall’abitudine, dall’assenza di pensiero critico. Un male che può estendersi ovunque, insinuandosi nella normalità.
Oggi quelle parole non appartengono solo al passato, ma interrogano profondamente il presente. Viviamo in un contesto internazionale segnato da conflitti, violenze e dall’uso sempre più frequente della forza come strumento di regolazione dei rapporti tra gli Stati. Assistiamo alla negazione dei diritti, alla riduzione delle persone a numeri, alla disumanizzazione di intere popolazioni. Tutto questo impone una domanda fondamentale: cosa significa, oggi, fare memoria?
La memoria non può essere un rito vuoto o una celebrazione retorica. Fare memoria significa assumersi una responsabilità quotidiana: lavorare perché gli orrori del passato non si ripetano, difendere i valori che sono alla base della convivenza civile, contrastare ogni forma di razzismo, odio e discriminazione. Significa dare piena attuazione ai principi della Costituzione, nata dalla Resistenza e fondata sull’antifascismo, sulla tutela dei diritti umani, sulla dignità della persona, sulla libertà e sull’uguaglianza.
Ribadire l’antifascismo della Costituzione vuol dire riconoscere le responsabilità storiche del nostro Paese, a partire dalle leggi razziali, e impegnarsi affinché simili pagine non tornino mai più. Come ricordò Aldo Moro durante i lavori dell’Assemblea Costituente, quella Carta nasce dalla lotta contro il fascismo e dalla volontà di affermare i valori supremi della dignità umana e della vita sociale.
Se vogliamo onorare davvero la memoria della Shoah, dobbiamo tradurla in scelte concrete: rispetto, solidarietà, accoglienza, difesa dei più deboli, rifiuto della violenza e dell’indifferenza. Perché memoria è riconoscere nell’altro un essere umano, prima ancora che uno straniero, un nemico o un numero.
La Shoah ha dimostrato dove può condurre il sonno delle coscienze. Per questo, nel Giorno della Memoria, il compito che ci spetta è chiaro: non restare in silenzio, non voltarci dall’altra parte, non abituarci all’ingiustizia. Difendere sempre e ovunque la dignità umana è l’unico vero baluardo contro il ritorno dell’orrore e l’unica speranza per costruire un futuro più giusto.

