Alè oo ale oo… faccio fatica, lo confesso, a dare una lettura politica a questo referendum. Mi risulta difficile, ed è forse un limite mio, leggere tra i numeri un “significato” dell’espressione popolare. Mentre sento cori di magistrati che cantano “bella ciao” (alla faccia dell’imparzialità) e commenti di altri giuristi “sconfitti” che parlano di “vulnus” democratico, di “attacco alle istituzioni”, la prima, netta, immediata percezione è… domenicale. Nel senso calcistico del termine. Nel senso fastidiosamente “pallonifero” del termine.
Non è politica, è tifo.
Mai come questa volta, credo che questo Paese abbia dato dimostrazione del livello di scadimento culturale, e quindi politico, che l’opprime e ci opprime. Sarà che l’età e l’esperienza mi consentono di conservare la memoria di un’altra Italia, quella che sì, pativa forse per una politica più lontana dalla gente, ma innaffiata dalle ideologie, dai “credo”, che almeno schiudevano le porte delle sezioni dei partiti, che erano, per quanto orientate e ovviamente di parte, scuole di conoscenza, di formazione, di cultura anche.
Oggi, è stadio.
Il dibattito pubblico si è inaridito fino a farsi commento da sala stampa post partita, ieri tra i leader dello schieramento sconfitto, ho sentito accenti e visto facce simili a quelle degli allenatori battuti che, all’onnjpresente microfono di qualche minigonnata a bordo campo, spiega che «…loro sono una bella squadra… noi abbiamo fatto il nostro… adesso dobbiamo lavorare sodo per la prossima sfida… » e tutte le altre, tanto banali quanto inutili, declinazioni domenicali che nutrono il popolo degli abbonati alle paytv calciofile.
Non è politica, è tifo.
Un tifo che mortifica il dibattito, penalizza il confronto, coltiva l’ignoranza (alzi la mano chi davvero è andato a votare sapendo esattamente per cosa si votasse), e, cosa tra tutte più grave, inaridisce il nostro “cervello pubblico”, il nostro pensarci comunità, popolo, nazione, fino a rendere possibile che, all’esito di un referendum, anche in un borgo di provincia come Teramo il Sindaco vada in piazza a brindare… per la vittoria.
In piazza, per la vittoria… di un referendum?
Sì, è vero, non è successo solo a Teramo, ma io scrivo della mia città e, confesso, il brindisi di ieri sera, in piazza, con l’atmosfera sottintesa dello “scampato pericolo”, della “Costituzione salvata”, con la passerella gioiosa di una classe politica locale in cronico affanno, in una città arenata nelle sabbie di una coalizione frantumata, è stato un infinitamente triste paragrafo di provincialità. Vedere chi porta in Consiglio i problemi delle "palme nane" dei Tigli o le buche sdi San Nicolò sentirsi parte della "salvezza della Repubblica" è aprutinamente deprimente.
Anche perché, a voler fare i conti, i teramani sono rimasti identici a sé stessi: votando esattamente come alle europee, con lo stesso divario, con le stesse percentuali: 53,1 per il Csx e per il No e 46,9 per il Cdx e per il Sì.
Perché chi tifa, non cambia.
Se fossimo in un paese che non tifa, ma vota, un referendum, per definizione, non avrebbe vincitori.
È, anzi: dovrebbe essere, l’espressione di una volontà popolare, il volere o non volere un cambiamento, una modifica… non c’è da tifare.
Non c’è da gioire.
Non va reso “ideologico”, né schierato, ma soprattutto non va considerato un’ordalia sul Governo in carica.
Non lo è.
Non lo era quello di Renzi (che lui stesso rese “personale”), non lo è questo della Meloni (che anche lei ha personalizzato nell’ultima settimana), perché il referendum non è un’elezione politica, ma l’espressione di una volontà.
Non è tifo.
Invece, ancora una volta, abbiamo dimostrato di non essere entrati in un seggio, ma in uno stadio e, in fondo, ne usciamo tutti un po’ più civicamente poveri.
Vincitori e vinti.
Ale oo ale oo
ADAMO
Ps… per prevenire l’immancabile commento di qualche webete che cercherà di leggere, tra queste mie righe, un accenno di tifo… io ho votato No, ma non trovo nulla da festeggiare, se non la partecipazione dei giovani, quella sì. Un accenno di speranza.

