La vicenda venezuelana ha fatto crollare definitivamente la già barcollante retorica dell'aggressore e dell'aggredito sulla quale si è retta la propaganda sulla guerra in Ucraina. Qualunque persona di buon senso, nell'apprendere la notizia del sequestro del presidente Maduro e della modalità con cui è stato commesso, non ha potuto fare a meno di esclamare: “Ma come? Qui non ci sono un aggressore e un aggredito?”
Dietro l'attacco al vertice del governo venezuelano da parte degli USA ci sono gli interessi ammessi dallo stesso presidente Donald Trump: intorno ai 30-50 milioni di barili di petrolio e gli effetti previsti sulla economia statunitense in seguito alla “operazione militare speciale” con cui Maduro è stato “rimosso” (nel senso fisico e letterale, perché è stato preso e portato altrove).
Trump ha il “pregio” di giocare a carte scoperte e d'identificare chiaramente l'aggressore e il movente. Le sue dichiarazioni si possono così riassumere, senza il rischio di travisarle: la suddetta quantità di petrolio passerà sotto il controllo degli Stati Uniti, i quali gestiranno la situazione in Venezuela fino a quando non ci sarà stata una transizione che soddisfi i loro criteri di valutazione in termini giuridici e di sicurezza. Dalle sue stesse affermazioni si può quindi dedurre che, a vantaggio dell'economia e della finanza USA e delle multinazionali dell'energia (l'estrazione del petrolio in Venezuela suscita gli interessi degli americani dall'inizio del secolo scorso), ha pensato bene d'intervenire militarmente in uno Stato sovrano che non aveva in alcun modo minacciato la propria sicurezza. La domanda (retorica) se vi siano un aggressore e un aggredito nella vicenda venezuelana deve quindi cedere il passo ad un'altra domanda: il conflitto russo-ucraino è stato alimentato, finanziato e di fatto provocato dagli stessi attori in gioco nell’operazione militare venezuelana, ovvero finanza internazionale e multinazionali dell'energia?
Prima di bollare l'interrogativo come complottismo filo-putiniano in un automatismo dell'uso ormai sistematico della neolingua, conviene forse fare un passo indietro, che consenta di capire quali siano i reali vincitori della guerra in Ucraina o, più precisamente, gli attori in gioco che hanno mirato a ottenere il massimo da un conflitto che poteva convenire solo a loro. Torniamo, quindi, alla formazione del governo ucraino nel 2014, anno della “svolta” in cui il governo filo-russo di Kiev cade e lascia il passo a un nuovo corso degli eventi. Tale nuovo corso non viene però scelto dal popolo, bensì dallo speculatore finanziario George Soros, il quale finanzia con almeno 82.200 dollari, secondo Il Sole 24 Ore che riprende un articolo del Kyiv Post, le due società di “head hunter” incaricate incredibilmente di selezionare i membri dell'esecutivo, sulla base non della nazionalità ma delle presunte competenze.
Un metodo che ricorda più la selezione del personale in un'azienda che non l'elezione di un governo democratico, che sarebbe appena stato “liberato” dalla relazione tossica con una potenza economica e militare autocratica: un'emancipazione in cui, secondo lo stesso Soros, ha avuto un ruolo cruciale la IRF (International Renaissance Foundation), l'ennesima ONG a bandiera sorosiana, operante in Ucraina e nata da una costola della tentacolare rete di Open Society Foundations. Ed è così che gli ucraini si ritrovano con un governo filo-occidentale in cui sulla poltrona del ministero delle finanze non siede un loro connazionale, ma un cittadino statunitense, amministratore delegato di un fondo di investimenti del gruppo Horizon Capital, mentre quello dell'economia va a un banchiere lituano che ha ricoperto incarichi al Dipartimento di Stato americano.
Nulla di cui stupirsi, se si pensa che la IRF di Soros non è l'unica fondazione privata ad aver giocato un ruolo chiave nelle rivolte di Maidan, determinate da una propaganda ampiamente finanziata, allestita e progettata da fondazioni americane che operavano da tempo in Ucraina. In altre parole, si è trattato di un colpo di Stato che ha scatenato anni di sanguinosa guerra civile, sostenuto ed eterodiretto da oltreoceano mediante una compagine di attori riconducibili alla finanza internazionale e in primis al “filantropico” George Soros. Anche qui, prima di cedere alla tentazione di gridare al complottismo filo-putiniano sarebbe opportuno ricordare le parole dello stesso Soros, il quale esaltando il “miracolo” ucraino nell'invito a “mantenere vivo lo spirito di Maidan” nel 2014, rivendicava un lavoro di oltre 25 anni.
In questo scenario va inserito il mistero dei trasferimenti di denaro dall'Ucraina a Washington per la fondazione Clinton. Almeno 8,5 milioni di dollari vengono versati dall'ucraina Victor Pinchuk Foundation alla Bill & Hillary Clinton Foundation fra il 2009 e il 2013, mentre maturano gli eventi esplosi con il colpo di Stato un anno dopo, esattamente il periodo in cui la Clinton era segretario di Stato. Altri 29 milioni di dollari vengono donati dal signor Pinchuk nel 2008 alla Clinton Global Initiative, riconducibile sempre alla fondazione Clinton. Per chi si domandasse da quale sito complottista e filo-putiniano vengano questi dati, la risposta è il Wall Street Journal, e in particolare un report del 2015 che mostrava come gli ucraini, con la Pinchuk Foundation, fossero in cima alla lista dei donatori stranieri all'organizzazione di Bill e Hillary.
Anche George Soros dà alla Clinton un generoso supporto, con un investimento pari a 25 milioni di dollari a gruppi e organizzazioni politiche che l'hanno supportata nella campagna elettorale, quando era candidata alla Casa Bianca. Ma gli aiuti ucraini alla campagna elettorale della Clinton non si sarebbero fermati ai pur ingenti finanziamenti, perlomeno non secondo un'inchiesta di Politico del 2017 in merito a interferenze, da parte di parlamentari ucraini, nelle elezioni statunitensi, volte a sabotare la campagna elettorale di Donald Trump. In questo quadro vanno inseriti gli accostamenti di dubbia fondatezza storica di Vladimir Putin ad Adolf Hitler da parte di Hillary Clinton a proposito delle truppe che la Russia inviò in Crimea nel 2014, quando affermava fra l'altro che l'Europa doveva ridurre la propria dipendenza dal gas e dal petrolio russo e trovare fonti di energia alternative.
Quali? Lei non lo specificava, ma non è difficile farsene un'idea. Tanto per cominciare, è bene dare uno sguardo a un'azienda in particolare operante in Ucraina, una holding leader nell'area nel settore della produzione e commercio di petrolio e gas naturale: la Burisma Holdings, alla quale sono riconducibili diverse imprese e nel cui consiglio d'amministrazione sono stati seduti imprenditori e politici di rilievo. Fra questi spicca Hunter Biden, figlio del più noto Joe ex presidente degli Stati Uniti e vicepresidente quando il capo della Casa Bianca era Barack Obama: in quel periodo, come ricorderà chi ha seguito le elezioni presidenziali del 2020 che videro coinvolta in uno scandalo la Burisma Holdings, Biden fu accusato di aver concesso benefici al mercato ucraino per favorire l'ascesa del figlio, accuse poi ritenute infondate in seguito a un'indagine interna al Senato americano. Sarà quindi la Russia ad accusare la compagnia energetica di aver finanziato attentati terroristici sul territorio russo, in particolare in riferimento all'attentato al Crocus City Hall di Mosca, nel corso del quale persero la vita 140 persone. Altre accuse, formulate da avvocati di area repubblicana, riguardano sempre il periodo in cui Biden era vicepresidente e avrebbe fatto pressioni per far licenziare il procuratore generale al fine di proteggere i vertici della compagnia in Ucraina.
Da quanto sopra una cosa è chiara: gli interessi statunitensi nel settore risalgono a ben prima della guerra, in seguito alla quale, nel 2024, Venture Global, produttore statunitense di GNL, e DTEK, leader fra le compagnie energetiche ucraine, annunciano un accordo in merito alla fornitura di gas, come riportato a suo tempo da Reuters, primo grande accordo USA-Ucraina sulla fornitura di GNL, che precede la partnership energetica siglata dal presidente Zelensky e l'allora presidente Joe Biden. Questi a giugno del 2024 firmano un accordo bilaterale di sicurezza, grazie al quale il gas americano verrà importato da Kiev, mediante gli accordi fra Venture Global e DTEK, che s'impegna a comprare 2 milioni di tonnellate l'anno di gas americano per vent'anni. Val la pena citare le parole non di un sito complottista filo-putiniano, ma del Financial Times: “Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’industria [statunitense] ha colto l’opportunità per colmare il vuoto lasciato dalla spinta dell’Europa ad abbandonare le importazioni russe”. Tanto per l'Ucraina che per gli altri Paesi europei si tratta, in termini economici, di un suicidio: basti dire che il GNL pesa dalle quattro alle cinque volte di più rispetto al gas via tubo.
Eppure già nel 2022, appena scoppiato il conflitto, le stime
prevedono che il GNL salirà dai 30,34 milioni di dollari del 2020 a 66,13 milioni nel 2027, tutto a vantaggio delle compagnie esportatrici americane, la cui strategia di rilancio risale all'amministrazione Obama, ma è proprio con la guerra in Ucraina che l'oro bianco statunitense invade a gamba tesa un mercato fino a quel momento dominato dai russi. L'Europa si piega così a una manovra di mercato che non potrebbe essere meno conveniente in termini di costi e benefici, perché abbandona un prodotto che costa meno e può distribuire agevolmente per una merce più cara, al cui costo bisogna sommare quello degli impianti per poterne garantire l'effettivo consumo, senza contare i problemi legati alle distanze e al trasporto via nave. Una manovra che non sarebbe mai stata giustificabile agli occhi dell'opinione pubblica europea, mentre i prezzi salivano prevedibilmente alle stelle, ma che è stata “motivata” col conflitto in Ucraina e la necessità d'isolare economicamente la Russia.
E' da notare come già nel 2019, con l'America First Energy Policy, l'amministrazione Trump puntava a trasformare gli Stati Uniti nel primo fornitore di GNL nel mercato europeo, che già allora risultava incredibilmente il primo destinatario del gas naturale liquefatto americano anche rispetto a continenti geograficamente più distanti dalla Russia, secondo un report di Inside Over di quell'anno. Ben prima del conflitto, quindi, lo scontro USA-Russia si consumava proprio sul terreno di quel gas che in seguito alla guerra i Paesi europei hanno smesso di comprare dai russi per acquistare, andandoci drasticamente in perdita, dagli americani. Gli stessi americani che tenteranno poi di convincere il mondo che l'attentato al Nord Stream fosse opera dei russi, i quali, secondo questa “logica”, vedendosi sbalzati fuori da un mercato che dominavano grazie ai vantaggi del gas via tubo, avrebbero pensato bene di far saltare in aria i gasdotti che trasportavano il gas naturale venduto a basso costo alla Germania. Strutture duramente criticate a suo tempo tanto da Obama quanto da Trump, poiché andavano nella direzione della dipendenza energetica dalla Russia. Non per farle i conti in tasca, ma quest'ultima, a voler prendere in considerazione la tesi USA sul sabotaggio dei gasdotti, avrebbe colpito un'infrastruttura che al di là dei ricavi economici è costata 8,8 miliardi di euro solo per il tratto offshore del Nord Stream 1 e 6 miliardi per il tratto onshore, senza contare che il 50% della società che gestisce il servizio e ne ha finanziato il 30% della costruzione è di Gazprom. Ovvero, del governo russo.
Non sta a noi indagare in merito all'attentato terroristico e ci guardiamo bene dal fare illazioni: sono le certezze che qui c'interessano, a partire dall'aumento dei costi dell'energia per i cittadini europei in seguito alla “emancipazione” dal gas russo; misure portate avanti parallelamente alle politiche energetiche sul taglio delle emissioni nell'UE che sono andate a loro volta ad abbattersi sui costi.
Mentre lo scoppio della guerra vede dunque i big del GNL USA fare soldi a palate grazie ai governi europei che hanno impoverito i loro Paesi col pretesto della guerra stessa, i più grandi fondi d'investimento mondiali si accaparrano la ricostruzione dell'Ucraina. Qualcuno di loro detiene anche quote importanti dell'industria bellica. Su tutti svetta BlackRock, il gigante fra i giganti dei fondi d'investimento del pianeta, che possiede una vastità di titoli nel mercato ucraino, compresa la stessa DTEK, nonché di aziende leader nel settore della difesa (basti dire che detiene il 7% di Lockheed Martin, l'impresa che produce gli F-35).
Tali fondi d'investimento capeggiati da BlackRock, non hanno esitato a fare pressioni su Kiev in difficoltà con il debito nell'inverno del 2024, soffocata dalle spese militari e dai problemi interni a partire dalla corruzione, allo scadere dei due anni di moratoria fissati all'inizio del conflitto da quegli stessi investitori privati sul debito ucraino pari a circa 20 miliardi di dollari.
Nella ricostruzione dell'Ucraina progettano e investono, dunque, i più grandi colossi della finanza mondiale: l'8 maggio 2023 è stato siglato l'accordo sul Fondo per lo sviluppo fra Zelensky e BlackRock. E' così che è iniziata la svendita dell'Ucraina, dall'energia alle terre rare passando per il settore elettrico. Un accordo che il presidente stringe con una società che di fatto già possiede mezzo Paese, con i titoli di imprese che operano nei settori-chiave dell'economia ucraina, e dalla quale provengono funzionari che avevano ricoperto alte cariche nella compagnia prima di andare a ricoprirne alla Casa Bianca.
Nonostante i rapporti fra i due Paesi, il dato è talmente incisivo che vale la pena a tale proposito riportare quanto rileva il servizio radiotelevisivo iraniano Pars Today l'8 luglio 2023. “Nell'amministrazione Biden ce ne sono tre: il vice segretario al Tesoro Wally Adeyemo, Eric van Nostrand e Mike Pyle, consigliere economico capo della vicepresidente Kamala Harris. Fino a febbraio 2023, Brian Deese è stato direttore del Consiglio economico nazionale. Thomas Donilon, capo del centro studi della BlackRock, è stato a lungo consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama, mentre suo fratello Mike è stato capo-stratega della campagna presidenziale di Joe Biden, dopo di che è stato nominato consigliere senior nella sua amministrazione. Tra i top manager della compagnia, ci sono vari ex ufficiali della CIA e la società stessa finanzia il fondo di investimento 'In-Q-Tel' della CIA”.
E' difficile credere sia una coincidenza il fatto che proprio BlackRock venga incaricata di gestire il debito estero dell'Ucraina che, al momento della firma dell'accordo, è pari a circa il 90% del PIL. Fondi e aiuti sono pannicelli caldi per un Paese che ha accumulato, secondo varie stime, danni per centinaia di miliardi di dollari dall'inizio del conflitto. Accanto a BlackRock spicca JP Morgan fra i nomi dei giganti della finanza che hanno puntato gli occhi sull'Ucraina. La banca è infatti coinvolta nel Fondo per lo sviluppo menzionato a proposito degli accordi del 2023, quando aveva già individuato i settori in cui investire. L'amministratore delegato Jamie Dimon dall'inizio del conflitto fino al mese scorso, ha ribadito quanto abbia a cuore le sorti del popolo ucraino, arrivando a dire: “La guerra in Ucraina è la nostra guerra.”
Un dato non deve sfuggire: comunque vada a finire il conflitto, Kiev non sarà mai in grado di restituire i soldi. Fortuna vuole che a gestire il debito sia la stessa società che controlla buona parte del mercato, e nella sventurata ipotesi che l'Ucraina non fosse, per l'appunto, in grado di pagare i debiti, le società non avrebbero difficoltà a trovare una soluzione mediante la svendita già in corso.
Se, dunque, i retroscena degli aiuti economici all'Ucraina offrono uno scenario tutt'altro che rassicurante, quello degli aiuti militari appare ancora più nebuloso. Stanchi dei soliti siti complottisti filo-putiniani, apriamo quello della Treccani e c'imbattiamo in un dato interessante. Un rapporto del New York Times del 2024 mostrava come si fosse già allora persa traccia di circa il 60% delle armi più sofisticate e tecnologiche inviate dagli USA. Per avere un'idea del valore economico, basta considerare che staremmo parlando di “ben 2.500 Stinger, 10.000 Javelin, 23.000 visori notturni, 750 droni: tutto materiale di cui è vietata la vendita e che fa gola ai terroristi, alle bande di ribelli e ai cartelli criminali in ogni parte del mondo, Africa, America Latina, Asia e anche Europa”. L'autore del pezzo citato, Stefano Rizzo, rivela un altro dettaglio ben lungi dall'essere insignificante: “Nei mesi scorsi si è avuta notizia del licenziamento per corruzione di alcuni generali ucraini e a settembre, con motivazioni mai del tutto chiarite, anche del siluramento del ministro della Difesa; ad agosto 2023 erano stati licenziati tutti i comandanti dei distretti militari a seguito della scoperta di numerosi casi di vendita di esenzioni dal servizio militare. È quindi ragionevole ritenere che il traffico di armi leggere, già fiorente prima della guerra, sia soltanto aumentato con la disponibilità di sistemi d’arma ad alta tecnologia ed elevatissimo costo (la Raytheon che produce i missili portatili Stinger informa che ciascuno ha un costo di 170.000 dollari)”.
Le mani del terrorismo e dell'estremismo sulle armi americane sono una costante del conflitto, grazie anche agli stessi Stati Uniti che consentono l'uso delle armi da loro fornite al gruppo neonazista noto come battaglione Azov. A chi si domanda come sia possibile, visto che la legge Leahy vieta agli americani di fornire armi a gruppi responsabili di violazioni dei diritti umani, risponde sempre nel 2024 lo stesso Dipartimento americano in una dichiarazione pubblicata dal Washington Post, secondo la quale la 12° Brigata Azov ha superato il controllo Leahy. Come sia possibile che l'abbia superato e che sia stato ritenuto quindi idoneo a ricevere aiuti militari a norma di legge rimane un mistero. La sola ideologia xenofoba e razzista del battaglione era stata prevedibilmente sufficiente al divieto di fornirgli armi un decennio prima dalla stessa Washington che lo ha poi revocato, quando il Dipartimento ha affermato incredibilmente di non aver trovato prova di violazioni dei diritti umani commesse dal gruppo ucraino accusato di atrocità ai danni della popolazione sin dall'inizio della guerra civile.
(1 - CONTINUA)
VINCENZO DI NANNA

