
Elso Simone Serpentini ci racconta di quando, tra le montagne e gli altipiani dell’Abruzzo, durante la lunga pratica della transumanza, i pastori non erano soltanto custodi di greggi ma anche narratori sensibili della propria solitudine. Nei lunghi spostamenti stagionali, spesso accompagnati solo dal suono dei campanacci e dal vento, molti di loro componevano versi semplici ma intensi, tramandati oralmente o annotati su quaderni improvvisati. Queste poesie raccontavano la fatica del viaggio, la nostalgia per la casa lontana e il legame profondo con la natura. Nei loro canti emergeva un mondo fatto di silenzi, stelle e paesaggi sconfinati, in cui la parola poetica diventava compagnia e memoria. Così, la transumanza non era solo un movimento di uomini e animali, ma anche un viaggio interiore, trasformato in poesia.

