L’Abruzzo resta una delle regioni più esposte al rischio idrogeologico, ma continua a scontare una grave carenza di pianificazione e di figure tecniche negli enti pubblici. È l’allarme lanciato dall’Ordine dei Geologi della Regione Abruzzo, che parla di una situazione “da codice rosso”. Secondo i dati diffusi, sul territorio regionale si contano oltre 8.400 frane attive, che interessano circa il 23% dell’intera superficie. Un quadro reso ancora più preoccupante dai recenti episodi registrati nelle province di Chieti e Teramo. A pesare, denunciano i geologi, è soprattutto l’assenza di professionalità specifiche negli uffici tecnici regionali e comunali. Una mancanza che impedisce di passare da una gestione emergenziale a una vera strategia di prevenzione strutturata. Dal 2016 l’Ordine ha cercato di colmare queste lacune attraverso una convenzione con la Protezione Civile regionale, mettendo a disposizione geologi volontari per interventi in situazioni di emergenza. In questi anni sono stati effettuati circa 340 sopralluoghi, con l’obiettivo di fornire valutazioni rapide e supporto alle decisioni operative. Ma il volontariato, sottolinea l’Ordine, non può sostituire una presenza stabile nella pubblica amministrazione. La convenzione, nata come misura temporanea, si è di fatto protratta per quasi un decennio senza che venissero attivati percorsi concreti per l’assunzione di geologi o la creazione di strutture tecniche dedicate. “Non è stato istituito un ufficio geologico centrale né rafforzata la presenza di specialisti nei settori della pianificazione e prevenzione”, evidenzia la presidente Catia Di Nisio, che richiama la necessità di un cambio di passo immediato. L’appello è chiaro: inserire geologi negli organici pubblici e avviare una pianificazione seria e continuativa. Perché, avverte l’Ordine, senza un intervento strutturale il rischio è quello di continuare a inseguire le emergenze, mentre il territorio resta sempre più vulnerabile, soprattutto in vista delle prossime stagioni di piogge.

