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fulviofuina
C’è un posto, da qualche parte tra il cervello e il frigorifero, dove le idee non camminano dritte ma inciampano con eleganza. È lì che abita il Dottor Paturnia: non propriamente un medico, non propriamente un pensiero, ma una specie di fenomeno atmosferico con la laurea appesa storta. Entrarci è semplice: basta smettere per un attimo di capire. Una volta dentro, però, non garantiamo l’uscita con lo stesso numero di neuroni. I paesaggi che scorrono nella testa del Dottore sono sbilenchi, impressionisti, a tratti pure straordinariamente insensati. Colline che sembrano punti interrogativi, ricordi che si piegano come posate di plastica e concetti che, appena li afferri, ti chiedono il documento. Il Dottor Paturnia non racconta: smonta. Sminuzza, taglia, seziona la realtà come fosse un panino troppo grande per essere preso sul serio. E nel farlo, si mette completamente in gioco, anzi: si mette proprio nel piatto. Con contorno di assurdo e salsa di logica che ha perso il treno. Dietro questa creatura obliqua c’è “Ama il tuo prossimo… ma prima leggiti il manuale dei disturbi mentali”, l’ultimo libro del geniale teramano Fulvio Fuina, uno che con le parole non costruisce frasi ma trabocchetti. Musicista, sì, ma anche architetto del nonsense, capace di trasformare un’idea qualunque in qualcosa che ti fa ridere quando meno te lo aspetti — tipo mentre stai cercando di capire perché stai ridendo. È uno di quelli che li guardi e pensi: “Aspetta, mi siedo comodo”. Teramano, classe 1965, vive in Toscana dove insegna strumenti a percussione in una scuola media a indirizzo musicale ed è un cuoco amatoriale ad alti livelli, praticamente aromatizzato. Questo suo ultimo libro (su Amazon a 9 euro e90 centesimi), fa bene all’anima. Non tanto per rilassarsi, ma perché sai già che ti servirà un appoggio stabile mentre la realtà comincia a inclinarsi. Paturnia non si spiega: si subisce. E alla fine, quando torni fuori, ti resta addosso quella sensazione strana — come se il mondo avesse cambiato posto alle cose, ma senza avvisare nessuno. E forse è proprio lì che scatta la risata: quando capisci che non c’è niente da capire, ma tantissimo da guardare. Anche se storto.
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