C’è un momento, nella vita pubblica, in cui le parole pesano più dei fatti. È il momento in cui una comunità è ferita, smarrita, privata dei suoi riferimenti essenziali: la casa, la scuola, i luoghi della socialità. È il momento in cui ci si aspetta che chi governa abbassi i toni, si assuma responsabilità, e soprattutto chieda scusa. E invece no. Di fronte a un borgo piegato, uno di quelli che amiamo definire "il luogo che ha ispirato le canzoni di Mogol" ma che oggi è soprattutto tra i più fragili, il sindaco Andrea Scordella sceglie un’altra strada: quella dello scontro.
Ma un post che suona come una reprimenda, se non peggio, come un’accusa rivolta proprio a chi vive sulla propria pelle il disastro. “Clima d’odio”, “ignoranza”, “lingua lunga”. Parole che non costruiscono, ma dividono. Che non leniscono, ma esasperano. E soprattutto che ribaltano il senso della realtà: i cittadini non sono il problema, sono le vittime.
È qui che si consuma la frattura più grave. Perché amministrare non significa soltanto gestire emergenze o rivendicare competenze. Significa anche – e forse prima di tutto – riconoscere il dolore, accoglierlo, farsene carico. Significa capire che la rabbia, quando tutto crolla, non è “odio”: è disperazione. Rifugiarsi dietro la difesa delle “professionalità” e delle “competenze” può apparire come una linea di resistenza, ma in realtà rischia di essere una fuga. Perché la questione non è se si è fatto “il massimo” – formula spesso autoassolutoria – ma se quel massimo è stato sufficiente, adeguato, tempestivo. E soprattutto: se è stato percepito come tale da chi oggi non ha più nulla. C’è poi un altro elemento, ancora più delicato. Evocare la giustizia, quasi come una minaccia implicita verso chi critica, è un errore politico prima ancora che comunicativo. La giustizia farà il suo corso, certo. Ma il giudizio politico e morale di una comunità non può essere delegato a un’aula di tribunale. In momenti come questi, la leadership si misura nella capacità di unire, non di difendersi. Di ascoltare, non di replicare. Di chiedere scusa, anche quando non tutte le responsabilità sono chiare, perché chiedere scusa non è ammettere colpe penali: è riconoscere una sofferenza collettiva. Quel post, invece, ha fatto l’opposto. Ha acceso un corto circuito emotivo in una popolazione già provata, alimentando sfiducia e distanza. Ed è forse questo il danno più grande: quando viene meno il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, ricostruire diventa ancora più difficile – forse più difficile che ricostruire case, scuole, palestre. Un sindaco non deve essere infallibile. Ma deve essere umano. E oggi, più che difendersi, dovrebbe fermarsi. Guardare negli occhi la propria comunità. E dire semplicemente: “Abbiamo fatto quello che potevamo, ma capisco la vostra rabbia. Vi siamo vicini.”
A volte, la politica comincia proprio da qui.
Elisabetta Di Carlo

