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Screenshot_2026-04-20_alle_10.10.16.pngC’è una nuova energia che vibra tra le colline abruzzesi, un’onda silenziosa ma potentissima che parte da Morro d’Oro e si propaga ben oltre i confini della regione. Ha il volto giovane e determinato di Genya Malafronte, e prende forma nel suo ristorante, Legàmi: un nome che è già manifesto, promessa, destino. Entrare da Legami non significa semplicemente sedersi a tavola. Significa accettare un invito a lasciarsi attraversare. Qui la cucina non è esibizione, ma racconto intimo; non è tecnica fine a sé stessa, ma linguaggio emotivo. Ogni piatto è una frase, ogni portata un capitolo di un viaggio che sorprende, commuove e, soprattutto, resta. Il menu è un itinerario sensoriale costruito con una lucidità rara. Due vibrazioni di benvenuto, poi si parte con il menù “intrecci”: otto portate, tutte indimenticabili, con punte di eccellenza assolute. Si comincia con la “Riccola impollinata”, lavorata in purezza, esprime una dolcezza elegante che viene attraversata dalla freschezza tagliente dell’estratto di mela verde e sedano. Il piatto vive su un equilibrio sottile tra componente marina e vegetale, lasciando una sensazione di pulizia e leggerezza che prepara il palato senza mai forzarlo. Con “Mullus” arriva la triglia, che introduce un registro più deciso. È un pesce identitario, dal gusto profondo, che qui viene accompagnato da una costruzione aromatica complessa: il sedano rapa arrotonda, il rafano porta tensione, il pepe lungo prolunga la persistenza. Il risultato è un piatto stratificato, dinamico, che evolve ad ogni assaggio. Di pesce in pesce, il “Baccalà” scatena con forza il legame con la tradizione, la materia prima è trattata con rispetto, mantenendo intatta la sua riconoscibilità, mentre la scarola ‘mbuttunata richiama la memoria domestica. La rilettura è sottile, mai invasiva: il piatto resta leggibile, ma acquista una nuova eleganza. Col “Tubetto”, si sfiora l’estasi, specie per chi, come lo scrivente, da sempre assegna proprio ai tubetti un’antica memoria familiare. Questo piatto è uno dei passaggi più sorprendenti… perché fatto alla brace e introduce una nota affumicata insolita per una pasta, mentre il beurre blanc avvolge il tutto con una cremosità raffinata. L’olio alla ventricina aggiunge una spinta territoriale netta, quasi istintiva, mentre il pane saporito chiude con una componente croccante. Un piatto che mette in dialogo tecnica ed estro… e sfiora l’anima, grazie al Genio (tale è più che Genya) in cucina. A seguire, coi “Ravioli” la tecnica si fa evidente ma mai ostentata: il ripieno di seppia è intenso e marino, con una leggera nota ferrosa che ne amplifica il carattere. Gli asparagi portano verticalità vegetale, mentre l’acqua di pecorino lega il piatto con sapidità e leggerezza. L’equilibrio tra mare e terra è calibrato con grande sensibilità. Arrivano le carni, e “Diaframma” è davvero un passaggio “carnale”, diretto. Il diaframma, taglio spesso sottovalutato, viene esaltato da una cottura precisa che ne valorizza succosità e struttura. La pastinaca introduce una dolcezza terrosa, mentre il cipollotto fondente aggiunge una componente morbida e avvolgente. Essenziale, ma profondamente espressivo. Poteva forse mancare l’ “Agnello”? Certo che no, ed è un passaggio identitario del percorso. La terrina è compatta, ricca, stratificata, con il lardo che amplifica la parte grassa e i fagioli che riportano a una dimensione contadina. L’alloro chiude con una nota aromatica che richiama la cucina di casa. È un piatto che emoziona perché affonda nelle radici. Con “Margherita”, la chiusura è luminosa e delicata. Fragole e sambuco costruiscono una freschezza floreale, mentre il cioccolato bianco “margherizzato” aggiunge rotondità senza appesantire. Un dessert che accompagna l’uscita dal percorso con equilibrio e leggerezza.
Un menù estasiante.
Non c’è mai un passaggio scontato. Ogni piatto è calibrato, sapiente. Quello che colpisce è proprio la capacità di Genya di coniugare rigore e sentimento, visione e istinto.
Ma la vera forza di Legami sta nel suo nome. Perché qui il talento non è solitario: è condiviso, coltivato, amplificato. Accanto a Genya c’è il padre, Nicola, presenza elegante e solida in sala. Non è solo servizio: è accoglienza autentica, è ritmo, è capacità di leggere il cliente e accompagnarlo senza invaderlo. Ogni gesto racconta esperienza e dedizione. In cucina, la madre Natalia rappresenta il cuore profondo di questa storia: radice e memoria, custode di sapori che diventano base su cui Genya costruisce la sua visione contemporanea. E poi la sorella, Annalata, giovanissima, già perfettamente inserita in questo equilibrio familiare, capace di portare freschezza e naturalezza in sala. Qui la ristorazione torna ad essere ciò che spesso dimentica di essere: una storia di persone prima ancora che di piatti. Mangiare da Legami significa uscire cambiati. Non per eccesso o spettacolarità, ma per profondità. È un’esperienza che lavora sottopelle, che si costruisce portata dopo portata fino a diventare qualcosa di più: una memoria condivisa. Genya Malafronte non è semplicemente un giovane chef promettente, cresciuto alla corte del tristellato Heinz Beck. È già una voce nitida, riconoscibile, necessaria nel panorama gastronomico contemporaneo. Il suo è un talento che non cerca scorciatoie, che non rincorre mode, ma che scava, interpreta, restituisce. E mentre fuori il mondo corre veloce, tra queste mura si celebra qualcosa di raro: il tempo, il gusto, la famiglia. E sì, anche la grandezza. E, all’orizzonte, ci sembra di intuire il sorgere di una stella…francese.
Prezzo: per il menù da 8 portate 85 euro, vini esclusi
Tubex

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