
Domenica delle Palme, giornata che nella tradizione religiosa cristiana dà il via alla Settimana Santa. È la domenica che precede quella di Pasqua e racconta l’arrivo trionfale di Gesù a Gerusalemme tra la folla festante. La stessa folla che, di lì a qualche giorno, inciterà alla sua crocifissione. La domenica delle palme e i successivi due-tre giorni sono gli ultimi momenti di gioia, per Gesù Cristo, prima della Passione e poi della crocifissione. Mi sono chiesto tante volte cosa avrà pensato davvero mentre veniva accolto come un re entrando a Gerusalemme, mentre le palme sventolavano per lui, ma lui conosceva il finale. Cosa deve aver pensato, da li a pochi giorni, sulla via dolorosa, tra gli insulti della gente che gli preferisce il bandito Barabba ? Cosa avrà pensato davanti al vile Pilato da Bisenti, che lo considera innocente, ma lo condanna alla croce per compiacere Caifa e i sacerdoti ? Cosa avrà pensato mentre era in catene, flagellato, disprezzato, deriso, tradito, abbandonato, schernito. Cosa avrà pensato strisciando sul Calvario, sotto il peso della sua croce, contorcersi al suolo nel suo sangue tra i fischi, i motti e gli insulti del popolo ? Cosa avrà pensato mentre, umiliato, frustato, con la veste di Erode si asciugava il sangue del volto. Cosa deve aver pensato sotto la croce ? Forse avrà pensato che nei momenti di dolore, di oscurità e grande paura bisogna tacere. Accettare la prova e avere il coraggio di tacere. Affidandosi a Dio, come fa il Cristo, che ha paura ma si fida. L’oscurità è l’ora di Dio, perché porta la luce. E nell’ora in cui Dio scende in battaglia, bisogna lasciarlo fare. Mentre entra a Gerusalemme, che lo accoglie come un re, potrebbe ancora salvarsi. “L’ora è venuta” . Lui lo sa. Sventolano palme e ulivi. Ma l’ora prevista fin dalla sua nascita è arrivata. Tutto sta per finire. Giunto alla soglia della sua Pasqua, quell’ora è temuta. Potrebbe ancora salvarsi. Ora ha paura. Nel Getsemani, mentre tutti dormono, e lo hanno abbandonato, mentre stanno per tradirlo, il Cristo, il Dio fatto uomo ha paura. Potrebbe ancora salvarsi. Nel colmo dell'angoscia, Gesù si rifugia nella preghiera. Al Getsemani, quella sera, la lotta con i dubbi diventa un corpo a corpo estenuante, così aspro che sul volto di Gesù il sudore si muta in sangue. I soldati del sinedrio stanno per venirlo a prendere. Ma potrebbe ancora salvarsi. Gesù osa un'ultima volta manifestare il turbamento che lo invade: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà" (Lc 22, 42). Potrebbe salvarsi, andare via,, non farsi trovare da Giuda. Due volontà si affrontano per un momento, per poi confluire in un abbandono: l'ora intravista fin dall'inizio, l’ora annunciata dai profeti, l’ora attesa dal Battista, annunciata ai discepoli, che non somiglia a nessun'altra, sta per compiersi. Quell'ora improvvisamente è temuta. La volontà di Cristo è duplice: divina e umana. Divina, perchè perfettamente identica a quella del Padre. Umana perché sente la ripugnanza della morte, perché vuole sottomettersi alla volontà del Padre. Ma ha paura. Qui ci è rivelata l’umanità del Cristo, in tutto simile alla nostra, che sente l’orrore delle sofferenze. Una croce l’attende. E lui lo sa. Lo sa dall’inizio. Secondo la Chiesa neppure per un istante questa volontà è stata tenuta in sospeso. Non ne sono così sicuro. E se davvero, come scrive Tim Rice, invece si fosse rivolto a Dio irato, protestando, gridando contro di lui “I’d want to know. I’d want to know my God. Want to see. I’d want to see my God. Why I should die?” Se si fosse rivolto a suo Padre, a Dio, da uomo impaurito e umanamente gli avesse gridato “Perché devo morire ? Le cose che ho detto e fatto sarebbero più importanti? Se muoio quale sarà la mia ricompensa. Dio, la tua volontà è dura . Berrò la tua tazza di veleno, mi inchioderò sulla tua croce e mi spezzerò”. In questa domenica delle Palme, mentre qui in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore è come la croce: non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo. Dio non ti ama perché pensi bene e ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te. Puoi avere idee sbagliate, puoi averne combinate di tutti i colori, ma il Signore non rinuncia a volerti bene. Quante volte pensiamo al “do ut des”, che Dio è buono se noi siamo buoni, e che ci castiga se siamo cattivi. Non è così. Nei nostri peccati continua ad amarci. Il suo amore non cambia, non è permaloso. Ecco il dono che troviamo in questa domenica delle Palme di angoscia e preoccupazioni: scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile. Gesù ci mostra come affrontare i momenti difficili e le tentazioni più insidiose, custodendo nel cuore una pace che non è distacco, non è impassibilità o superomismo, ma è abbandono fiducioso al Padre e alla sua volontà di salvezza, di vita, di misericordia. Con il suo calvario Gesù apre per noi la via della fede, la possibilità di risorgere. Anche se chiede umanamente di allontanare il calice egli sa che per giungere al vero trionfo deve fare spazio a Dio. E per fare spazio a Dio c’è un solo modo: l’accettazione. Con la croce, non si può negoziare. E’ difficile. Certo. Ma non si può negoziare. O tutto o niente. O la si abbraccia, o la si rifiuta. Con il suo calvario Gesù ci ha aperto la via della fede. Che prevede anche la croce. L’unica speranza per l’uomo.
Leo Nodari

